Viale K, volontari in trincea L’isolamento in dormitorio
Fanno il giro dei market raccogliendo cibo per chi non ha nemmeno quello, e tutti giorni, a mezzogiorno, aprono la mensa della Rivana dove don Domenico Bedin si preoccupa di fare da filtro, controllando che i circa quaranta avventori rispettino la distanza di sicurezza, e non è un compito sempre facile.
I volontari dell’associazione Viale K sono abitualmente in trincea, ma nei giorni dell’emergenza coronavirus lo sono anche di più. «Il nostro motto è “mantenere la posizione”, sintetizza Don Domenico ringraziando i volontari (spesso ex assistiti) che non si arrendono. Ci sono persone senza una casa che hanno bisogno di mangiare, dormire, lavarsi e anche avere un posto dove stare. Non è un lavoro “da remoto” quello che impegna l’associazione, ma governato dalla presenza quotidiana e costante. Ogni giorno, in attesa del loro turno alla mensa (si entra solo cinque alla volta), ci sono alcuni che «chiedono di fare la doccia, un altro vorrebbe qualche vestito, altri desiderano mascherine o prodotti per l’igiene personale. Pochi hanno la mascherina ed è difficile distanziarli: stanno a gruppetti, tra connazionali o tra amici. Alle 12.30 si comincia a far entrare cinque alla volta le persone nel cortile e uno alla volta si invitano a lavare bene le mani, poi si possono mettere in fila per ritirare il vassoio e sedersi a tavola. Si capisce che sono modalità molto fragili e che possono essere spesso disattese dagli ospiti ma si continua fare il servizio e anche le paure dei volontari vengono superate». Il dormitorio ospita 20 persone, e non solo per la notte, anche se non è semplice trattenerle al chiuso e far capire loro che non possono andare in giro, anche perché alcuni hanno dipendenze.
«Il responsabile ha aperto la cucina – continua don Bedin – e si fanno i turni, si mangia insieme e si fanno le pulizie… è una vita a contatto di gomito. Ma miracolosamente ognuno dimostra responsabilità e tolleranza. Stanno creando un piccolo orto».
Così stanno operando anche l’Associazione Filippo Franceschi e la Nadiya. E poi ci sono le comunità residenziali, dove gli operatori sono sempre presenti e vigilano sulla vita comunitaria, la salute e le giustificazioni per le uscite degli ospiti.
L’emergenza non ha fermato neanche il servizio ai bagni pubblici di Kennedy o di Nadiya in piazza municipale «È molto difficile gestire soprattutto i bagni perché comportano contatti ravvicinati e l’igienizzazione costante delle docce, spesso con la fila che attende non sempre rispettosa».
Aperto infine l’ufficio e che riceve le persone «per i colloqui sia per l’ingresso nelle varie strutture (purtroppo ormai già al completo) o per le necessità più disparate. - conclude don Domenico Bedin - Si cerca di dare sicurezza a persone che, essendo esposte, non sanno o non possono trovare soluzioni con i propri mezzi. Spesso vengono inviate dai servizi sociali contattati semplicemente per telefono. Ci sentiamo limitati e poco efficaci riguardo a soluzioni strutturate ma intanto teniamo la posizione». —
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