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Stiamo in casa, tempo donato alla sanità

Stiamo in casa, tempo donato alla sanità


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Ciascuno ha un suo rito nell’affrontare il quotidiano bollettino del contagio. Io parto dai ricoveri, cerco l’accesso alle terapie intensive, la prima curva che si è appiattita con una crescita che negli ultimi giorni è stata dell’ordine dello zero-virgola, poche decine di casi, e ieri per la prima volta negativa. Il capitolo decessi resta drammatico, ma il dato dell’ospedalizzazione restituisce il senso dell’immane sforzo collettivo che stiamo compiendo. Abbiamo azzerato i contatti sociali, chiuso scuole, negozi e fabbriche, stravolto abitudini ed esistenze proprio per allentare la pressione sulla sanità, perché il Sistema nazionale resti (e altrove torni) nelle condizioni di curarci, tutti.

L’abusata metafora fluviale resta efficace: perché l’onda virale non superi gli argini, dilagando senza controllo, è necessario allungarla. Qualcuno sosteneva che non dovessimo imbrigliare la natura ma al contrario lasciar correre veloce il contagio: l’incubo sarebbe finito prima, forse a quest’ora avremmo già superato la fase acuta. Forse. Ma a costo di quanti più e più morti? Malthusianesimo di ritorno, e sempre dall’Inghilterra.

Noi abbiamo un’indole diversa, un’altra cultura. Abbiamo puntato a far rallentare il contagio, costi quel che costi, ma che si salvi il maggior numero di persone. Rinunciamo ai nostri spazi e alle nostre libertà individuali in nome della salute pubblica. Il tempo che da reclusi e sfibrati, quali siamo, ci sembra gettato via lo stiamo cedendo a chi ha più bisogno, alla sanità. Per non dover mai arrivare a selezionare per decreto, come accade in Catalogna, quali pazienti intubare e quali no.

Buona domenica.

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