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Badanti irregolari alla disperazione «Le famiglie le hanno cacciate»

Stefano ciervo
Badanti irregolari alla disperazione «Le famiglie le hanno cacciate»

Giunte a Ferrara con permessi di soggiorno si sono occupate in nero dei nostri grandi vecchi La denuncia di una collega: ora dobbiamo ospitarle noi, senza farle vedere ai vicini. Serve aiuto 

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la storia

Sono state messe alla porta da famiglie per le quali avevano accudito i loro grandi vecchi, magari per due, tre, cinque anni. In nero, naturalmente. Ora si ritrovano, da clandestine invisibili, senza una casa né documenti, prive di qualsiasi fonte di reddito, impossibilitate a tornare in patria. Sono le badanti irregolari che a centinaia hanno costituito il perno di un sistema arrangiato di welfare di una provincia come quella di Ferrara, con il record di anziani in molti casi non autosufficienti, che il coronavirus sta spingendo alla disperazione. «Per favore, non abbandonatele ora perché hanno bisogno di tutto: non possono farlo famiglie che di dicono cristiane» è l’accorato appello di una collega solo più fortunata di loro, che ne sta ospitando da settimane a rischio d’infrangere divieti da quarantena. Il non potersi nemmeno far vedere o sentire dai vicini, per il rischio denunce, riporta a condizioni viste solo durante la guerra.

la denuncia

Colf e badanti in regola, che pure ci sono anche in provincia di Ferrara, sono “coperte” dal Cura Italia: anche loro possono richiedere il bonus da 600 euro al Fondo per il reddito di ultima istanza, in caso abbiamo subìto una significativa perdita di entrate. «Ne conosco almeno un centinaio che sono rimaste in città dopo i decreti, molte stanno cercando di tornare in patria» spiega Marina, la badante di origina moldova che ha voluto raccontare questa storia.

Tutt’altra faccenda per le irregolari, donne a volte non giovanissime, anche sessantenni, che negli anni scorsi sono arrivate con permessi turistici da Ucraina e Moldovia e poi rimaste in famiglie ferraresi come badanti, ovviamente non regolarizzate. Un numero è difficile ipotizzarlo, ma stiamo probabilmente parlando di centinaia di persone. La maggioranza delle famiglie ha deciso di “licenziarle” in tronco con l’emergenza coronavirus, per più di un motivo: minori esigenze grazie alla forzata quarantena dei figli, qualche difficoltà in più nella gestione quotidiana di irregolari e soprattutto il timore di portarsi in contagio in casa. «Posso capire, per carità, la paura del coronavirus è tanta e ce l’hanno tutti, ma non pensiamo alla sorte di queste donne? Molte di loro sono grandi lavoratrici che non lavorano più neanche un’ora, mancano di tutto e non sono capaci di vivere per strada - incalza Marina, da quindici anni a Ferrara - Dove dormono? Eh, provi un po’ a pensare... Le ospitano amiche e colleghe come me, da un mese ne ho tre in casa di cui una non lavora per niente, tutte ucraine. Diamo loro da mangiare, le ospitiamo chiedendo loro di non fare rumore, di stare attente anche a non mostrarsi sul balcone: sapete, la gente...Un’amica ne ospita altre due, so di altre situazioni del genere: tra noi siamo solidali, ma non basta. Bisogna che anche i ferraresi dimostrino di essere caritatevoli».

quali aiuti?

Al momento nessuno si è preoccupato di scoperchiare questo vaso di Pandora. Le irregolari non si fanno vedere in giro, nessuna di loro è andata a bussare alla porta del dormitorio femminile della città (in via XX Settembre, peraltro ci sono solo 9 letti). Qualcuna è stata vista in questi giorni in fila alla mensa di Viale K, dove si dà senza chiedere. L’associazione Nadiya, 2.200 iscritte, la prima ad essersi occupata del fenomeno, ha voluto lanciare un’indagine sul campo per capire quante sono e di cosa hanno bisogno. Nel frattempo è tramite per far conoscere altre storie da quel mondo.

e chi ritorna...

Massimo Marchetti, il fondatore dell’associazione, ne ha seguita una che sta prendendo una brutta piega: «Una dozzina di giorni fa ho ricevuto una richiesta disperata, una badante voleva tornare assolutamente a casa, in Ucraina, da marito e figlio. Mi parlava di viaggi organizzati dal consolato ucraino, e poi in effetti ho saputo che era riuscita a tornare nella sua città, al centro dell’Ucraina». Tutto bene? Non proprio: «L’altro giorno mi ha inviato un messaggio, era giù di morale - racconta ancora Marchetti - Non solo deve stare in quarantena dentro casa e non può fare nulla, ma è stata accolta con insulti dai vicini che la devono come untrice. Facevo meglio a restare in Italia, mi ha detto». Sempre che arrivi qualche aiuto, è il caso di aggiungere. —

Stefano ciervo

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