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Giulia al lavoro contro il virus in Norvegia «Qui il Covid è vissuto diversamente»

Franco Corli
Giulia al lavoro contro il virus in Norvegia «Qui il Covid è vissuto diversamente»

Infermiera di Formignana racconta la sua esperienza di vita e professionale a Trondheim: paura solo di facciata 

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lA STORIA

Giulia Cellini è una giovane infermiera originaria di Formignana che lavora in Norvegia: ecco la sua testimonianza umana, oltre che professionale, su cosa significa l’emergenza del Covid-19 dal Paese scandinavo, e la differenza con la ben più difficile situazione italiana.

tutto surreale

Queste le sue parole: «La prima cosa che mi viene in mente pensando a questo periodo è il detto “tutto il mondo è paese”; ormai siamo costretti a rimanere pure noi, quelli del circolo polare artico, nelle nostre quattro mura domestiche, uscire il meno possibile di casa e rinunciare alla vita comunitaria. Devo dire che è una sensazione abbastanza surreale, quel vicino di casa che prima ti salutava con il sorriso ora ti cammina non a uno, ma a tre metri di distanza per paura che tu lo possa contaminare; i bambini al supermercato ti guardano con sospetto, alimentato da genitori che sussurrano di stare lontano dalle persone perché il Covid-19 può essere ovunque. Autobus deserti, con tanto di nastro segnaletico che isola l’autista dalla sua postazione, strade cittadine senza la solita folla già di suo silenziosa. Situazione surreale».

Giulia prosegue: «Ad oggi la situazione norvegese non è grave quanto quella italiana, per il semplice motivo che la popolazione qui conta solo 5 milioni di persone, con una densità di 15 abitanti/km quadrato (l’Italia ha circa 119 abitanti). Capiamo quindi che le possibilità di diffusione del virus sono nettamente ridotte. Parlando di numeri di contagi, in tutta la Norvegia sono 6.525 e i decessi sono saliti a 128. Anche da questi dati possiamo dedurre che qui ci si può permettere un po’ più di agio riguardo le regole restrittive».

il lavoro

Quanto all’ambito professionale, Giulia sottolinea come «In base alla mia esperienza, sono un’infermiera di casa di riposo, posso dire che la reale percezione di pericolo si è cominciata a sentire circa tre settimane fa: tutte le strutture sanitarie sono state chiuse ai famigliari, solo il personale è ovviamente ammesso ed è notevolmente aumentato l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale. Siamo obbligati a igienizzare gli ambienti una volta per turno ed a motivare gli stessi ospiti a lavarsi molto più spesso le mani. Al momento, per fortuna, nella mia struttura non c’è nessun contagiato, ma si è creato nella città un “centro di raccolta delle persone infette”. Ciò significa che hanno selezionato una struttura apposita per raccogliere tutte le persone infette residenti in altre strutture sanitarie, ma che non sono talmente gravi da richiedere l’ospedalizzazione. Le persone contagiate qui a Trondheim sono oltre 180».

le abitudini

C’è poi l’aspetto che riguarda la quotidianità: «Divieti di affollamenti, molti - non tutti - negozi e ristoranti chiusi e strade deserte non impediscono al norvegese medio di rinunciare alle proprie gite fuori casa. Dopo circa due mesi dall’inizio della pandemia continuiamo a vedere famiglie o gruppi di amici che passeggiano tranquillamente sulla sponda del fiordo. L’unico ammonimento che è stato dato dallo Stato è giunto quando, appena dichiarato il “lockdown” la gente è fuggita dalla città per isolarsi nelle “hytta”, le loro case vacanze sparse ed isolate sulle montagne norvegesi. Spesso sono zone molto lontane dai centri abitati e raggiungerle con i mezzi di soccorso, soprattutto in questa stagione impervia, risulta difficile, perciò il primo ministro norvegese ha fatto un appello a tutti coloro che si fossero rifugiati in queste abitazioni di tornare alle loro case principali in città. Mi viene da pensare quindi che la paura di questo nemico invisibile sia solo una facciata; totale osservanza delle norme igieniche, abuso di disinfettante cutaneo e fobia sociale li portano ad una paranoia insana verso lo stesso genere umano, ma nonostante ciò non vogliono rinunciare alle loro voglie di girovagare per supermercati o parchi pubblici. Non lo nego, tale condizione fa comodo pure a me, avere la possibilità di fare una corsa all’aperto senza il pericolo di incorrere in multe è ancora un piacere».

il pensiero

Inevitabilmente, la mente corre anche a “casa propria”: «Come vedo la situazione italiana? Dal punto di vista sanitario i miei colleghi si sono dimostrati per l’ennesima volta dei giganti e mi dispiace molto che il resto della popolazione se ne sia accorto solo ora. Per gli altri aspetti della quotidianità, è divertente vedere sui social network come gli italiani hanno saputo reinventarsi e riscattarsi anche in questa condizione. Dalla cucina all’esercizio fisico ai concerti sui balconi, ormai il mondo social è diventato meglio di Netflix. Stiamo dimostrando il nostro carattere italiano al 100% e per fortuna queste cose vengono trasmesse dai telegiornali anche qui. Mando un saluto a tutti i miei compaesani tresignanesi, un abbraccio virtuale alle famiglie che stanno affrontando in prima persona il Covid, e un augurio che si possa tornare presto alla noiosa e non più scontata normalità». —

Franco Corli

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