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A 28 anni arruolato per battere il virus «I pazienti ci parlano solo con gli occhi»

Gi. Ca. ;

Marco Verri, specializzando in Anestesia, è in prima linea a Cona  «Fa paura l’idea di ammalarsi ma tutti stiamo dando il massimo» 

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L’intervista

Marco Verri, 28 anni, si è laureato in Medicina e chirurgia a Torino. Frequenta il secondo anno del corso di specializzazione in Anestesia e Rianimazione all’ospedale universitario Sant’Anna, diretto dal professor Carlo Alberto Volta, che è anche direttore della Terapia intensiva dell’azienda ospedaliera. Si è trovato in prima linea nell’emergenza.

Quale motivazione l’ha spinta verso la professione?

«Ho scelto la specializzazione in Anestesia e Rianimazione perché credo che sia la branca della medicina che inquadra il paziente critico sotto tutti i suoi aspetti e sul quale lo specialista capace possa fare davvero la differenza. Sono affascinato dalle peculiarità del mio lavoro, che non racchiudono solo abilità manuali e conoscenze teoriche, ma anche capacità gestionali, organizzative e, prima di tutto, umane».

Come si inserisce un medico specializzando in un reparto Covid? C’è un tutor, qual è il livello di autonomia?

«In questo particolare momento storico noi specializzandi continuiamo a lavorare a fianco degli strutturati e ci occupiamo, in base al nostro grado di autonomia, di fornire il miglior supporto per la gestione dei pazienti. Questo vuol dire incaricarsi della visita, degli aspetti organizzativi dal punto di vista diagnostico e terapeutico, ma anche della burocrazia che certo non manca in questo periodo. In mezzo a tutto ciò però rimane il nostro ruolo, quello di medici in formazione, e allora la sfida è riuscire ad imparare anche nel momento in cui si è più presi dalla fretta e dall’imponente carico di lavoro».

Come è cambiato il servizio in reparto, ma anche la percezione del proprio lavoro, da quando è nata l’emergenza?

«È cambiato un po’ tutto e un po’ nulla. Mi spiego meglio: credo che il nostro lavoro sia in fin dei conti lo stesso, ma la modalità in cui lo eseguiamo risulta ben diversa! Bisogna fare attenzione al rischio biologico e gran parte dei nostri pazienti sono ormai infetti o possibili infetti. Così fra tutto si è posta una distanza, che sia una visiera, una maschera, due paia di guanti o un vetro di un box. E poi questa malattia non la si conosce così bene, non fa parte delle patologie che si è soliti trattare e allora sono continui i momenti di focalizzazione dei problemi, di discussione e di ricerca. Penso sia molto positivo il fatto che siano partiti anche alcuni studi, in collaborazione con colleghi di altre specialità, volti proprio a cercare di trovare delle risposte alle nostre tante domande».

Cosa ci si porta a casa, psicologicamente, dopo una giornata di servizio in un reparto con pazienti che corrono rischi altissimi e dove anche i sanitari devono proteggersi più che altrove?

«A casa cerco di non portare il virus! A parte gli scherzi, ci si porta la stanchezza di una giornata passata a fare tanto o la sensazione di amarezza per non aver fatto quanto si sarebbe voluto. Ognuno dà il massimo, ma vedere pazienti così giovani in condizioni così critiche è molto pesante. Penso all’età del mio papà e a quanti, dei nostri pazienti in terapia intensiva, sono più giovani di lui. Non credo ci siano eroi, fa paura l’idea di ammalarsi ma anche di sentirsi dei possibili vettori. Tante persone con cui lavoro tornano a casa e hanno una famiglia, dei bambini. Io vivo con due mie colleghe, cerchiamo di stare attenti e sereni».

Come ci si veste in un reparto Covid durante il servizio?

«Nella nostra terapia intensiva seguiamo le indicazioni aziendali per il corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale quando veniamo a contatto con i pazienti: calzari, tuta, maschere facciali Ffp2/3, doppio paio di guanti, cuffia e visiera. E poi teniamo sempre le mascherine chirurgiche quando non entriamo nei box dei pazienti per evitare di contagiarci fra di noi. E tanto, tanto gel per le mani».

Ritiene che le novità introdotte nell’assunzione dei medici per fronteggiare l’emergenza, tenendo conto della carenza ormai cronica di personale, debbano essere confermate anche a emergenza chiusa?

«Dal mio punto di vista, il potenziamento dell’organico e l’impegno di tutti hanno permesso a diversi nostri colleghi di poter andare a offrire il loro supporto in realtà come Piacenza, Fidenza, Bologna, Rimini che sono state travolte dall’emergenza del coronavirus in maniera ancora più impattante rispetto a noi».

Come è organizzata la vostra giornata di servizio?

«Normalmente tutto comincia con le consegne dai colleghi del turno precedente e questo è il momento di discussione collegiale fra i vari componenti dell’equipe. È il momento in cui si discutono i problemi aperti ed i programmi da seguire. Poi si cerca di prendere un caffè veloce insieme e ci si immerge quindi nella fitta giornata piena di procedure da eseguire, esami da richiedere, familiari da contattare e tante cose a cui pensare».

Cosa vi chiedono i pazienti?

«La maggioranza dei nostri pazienti vengono sedati ed intubati e al risveglio sono molto confusi. Non sono molte le domande, ma quello che spesso, con gli occhi, chiedono è dove si trovano, cosa sta succedendo e dove sono i propri cari. Fortunatamente viviamo in un periodo storico in cui si possono fare videochiamate e queste, quando possibili, fanno la differenza. Non bisogna solo rassicurarli per la paura di essere ammalati, ma dobbiamo essere in grado soprattutto di lenire l’angoscia del sentirsi lontani dai propri cari». —

Gi. Ca.

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