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Maculopatia, cure differite per paura del contagio

Alessandra Mura
Maculopatia, cure differite per paura del contagio

Quasi un quinto dei pazienti rinuncia alle iniezioni rischiando danni irreversibili Stop obbligato agli interventi di cataratta, e l’isolamento è una strada in salita

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Se la polmonite interstiziale è la manifestazione diretta, e più drammaticamente evidente, del Covid-19, gli effetti collaterali del virus non sono meno insidiosi e devastanti.

Il virus della paura

Giorno dopo giorno, l’epidemia ha lavorato sottopelle ed eretto una barriera tra i pazienti e le strutture sanitarie, al punto che la paura del contagio tiene le persone il più possibile distanti dagli ospedali e dalle cliniche. E le conseguenze non sono tardate ad arrivare: lo si è visto con i cardiopatici, ora molto più esposti all’ infarto per la resistenza a chiamare il 118, ma lo stesso sta avvenendo anche in ambito oculistico, dove nelle ultime settimane si registrano defezioni da parte di pazienti che dovrebbero sottoposti a trattamenti urgenti e non differibili, i soli consentiti in questo periodo dal decreto coronavirus.

Il caso più preoccupante riguarda coloro che soffrono di maculopatia, una grave patologia che se non tenuta sotto controllo può determinare la perdita della vista. La tipologia umida, in particolare, prevede periodiche iniezioni intravitreali, non differibili. A differirle spontaneamente, però, è una fetta di pazienti ferraresi - si calcola attorno al 15-20% - che ha preferito disdire l’appuntamento in ospedale per timore del contagio. Rischiando grosso, poiché saltare anche solo un mese può portare a danni irreversibili.

«Il problema esiste - conferma il dottor Carlo Incorvaia, già dirigente medico della Divisione Oftalmica del Sant’Anna e fino al 2018 professore aggregato a Unife - I pazienti temono l’ingresso in ospedale, rimandando non solo le iniezioni per la cura della maculopatia, ma anche altri controlli oculistici che, se trascurati, portano ad aggravamenti». Distacchi di retina, traumi oculari, glaucomi acuti sono tutti casi di emergenze che gli specialisti sono autorizzati a trattare, ma i pazienti non di rado preferiscono evitare le strutture pubbliche e, quando possibile, rivolgersi a privati.

Operazioni da riprogrammare

Altro tema, riuscire a distinguere - dalle informazioni che il paziente fornisce per telefono - una vera emergenza da un problema che può essere risolto anche per via farmacologica, così come il concetto di emergenza a volte può risultare stretto per chi, ad esempio, aveva programmato un intervento di cataratta: «Le operazioni di cataratta non rientrano tra le prestazioni urgenti sono state tutte differite; ci sono pazienti in grande difficoltà perché non possono guidare, e in queste condizioni l’isolamento risulta ancora più pesante e difficile da gestire - interviene il medico oculista Francesco Pistocchi, che per l’emergenza sanitaria ha deciso di tenere aperto il solo studio attiguo alla propria abitazione - Sono saltati interventi programmati da mesi, e la ripartenza sarà un momento molto delicato».

Se si pensa che la Clinica Oculistica esegue in media 16 interventi di cataratta al giorno, quattro giorni la settimana, si capisce la mole di arretrato che dovrà essere affrontata quando si tornerà a pieno regime. Dovranno essere definite le priorità: ad esempio, i pazienti che dopo il primo intervento erano in attesa per trattare il secondo occhio cederanno il passo a chi ancora non è stato operato, così come coloro che devono tornare al lavoro avranno la precedenza rispetto a chi può stare a casa.

Intanto si procede con le urgenze, misurando la temperatura all’ingresso, indossando tutti - medici e pazienti - la mascherina e installando barriere di plexiglas. Difese contro il contagio e contro la paura. —

Alessandra Mura

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