Baristi e artigiani fermi primi candidati per lavorare nei campi
Lavorare in campagna non è semplice, vista la fatica e la mancanza di “giorni liberi” più o meno fissi. In questo momento c’è bisogno di manodopera e se rispetto alle scorse settimane qualcuno in più si è mosso, il problema dei contratti e della burocrazia resta enorme. «Ci tagliano le gambe per ogni cosa - dice Daniele Massarenti, agricoltore -. Abbiamo avuto la disponibilità a lavorare soprattutto da coloro che avevano attività rimaste chiuse. Bar, ristoranti, stabilimenti balneari e piccoli artigiani come gli imbianchini. Insomma non è bello dirlo ma chi ha sempre lavorato vuole continuare a farlo, anche spezzandosi la schiena. Chi riceve sussidi evidentemente non ne ha così bisogno oppure teme che interrompendoli poi farà fatica a riaverli. Non so, io certo non riesco a capire».
la storia
Una signora, dipendente storica dell’azienda agricola, è tornata a lavorare ieri mattina. «Suo marito era stato ricoverato in ospedale e per precauzione anche lei è stata messa in quarantena. I tamponi sono risultati negativi, a lei hanno dato l’esito dopo diversi giorni ma intanto è rimasta ferma e noi con una persona in meno. Per carità meglio così ma non ci sono gli strumenti per poter sostituire i lavoratori per tempi brevi, per la giornata se necessario».
Altro aspetto da non sottovalutare è la chiusura degli altri dipendenti rispetto a nuove assunzioni.«Il punto è che a noi è andata bene, non abbiamo avuto casi di persone positive e la cooperativa ha sempre continuato a lavorare - fa presente Michele Mangolini, presidente di Casa Mesola -. Temono che l’arrivo di gente “da fuori” possa in qualche modo portare il virus dentro e anche nello stabilimento si sono formati piccoli gruppi e turni sempre con le stesse persone». Se uno si ammala, si fermano tutti con le conseguenze che si possono immaginare. «È questione di sopravvivenza ormai. Dobbiamo stare attenti perché altrimenti cadiamo tutti». —
A.B.
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