L'isola felice che non c'è
Il fondo del direttore de la Nuova Ferrara
Ci sono immagini che persistono a dispetto dalla realtà che muta, nel bene o nel male. Fuorvianti come pregiudizi. La Ferrara-isola-felice a cui troppi interlocutori continuano a riferirsi come dato attuale, se non congenito, non è più. Raggiunta dall’onda lunga del contagio, sfigurata da troppi lutti.
I dati sono tristi testimoni. Il primato di provincia con la più bassa diffusione di Covid-19 in Emilia Romagna, che Ferrara manteneva dal principio dell’epidemia, è passato a Ravenna dove il conto dei nuovi casi cresce di poche unità al giorno, non di dieci o venti: nella settimana che si chiude qui abbiamo avuto 109 nuovi casi, là ne hanno registrati 43 e già studiano la riapertura di nidi e materne. Ravenna piange 60 vittime, noi 117, un morto ogni tremila abitanti.
Nel resto della regione i lutti sono di più (e nelle province occidentali molti di più) sia in termini assoluti, sia in rapporto alla popolazione, ma Ferrara ha un tasso di letalità tremendo: 117 decessi su 880 casi presi in carico dalla nostra sanità, il 13,3% che è un dato in linea con la media regionale trascinata in alto dall’inferno di Parma e Piacenza e superiore a tutte le rimanenti province. Anche contando tra i morti i soli residenti, qui il virus sta colpendo durissimo. Fa più male perché si è concentrato e incarognito sui pazienti fragili, rimbalzando tra ospedali, case di riposo e comunità.
Ferrara ha avuto un vantaggio, il tempo. Abbiamo potuto organizzarci. Il contagio che si è mosso lungo le direttrici dell’economia è arrivato più tardi e ci ha trovato che il distanziamento sociale era già in atto. Ha potuto circolare poco fuori, ma drammaticamente è entrato dove non avremmo dovuto permettere. No, non siamo un’isola. E no, non possiamo dirci felici.
Buona domenica.
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