A Cona a “bollire” fuori dal ps in piedi o seduti dove capita
Copparo, Tresigallo, Jolanda, Lagosanto, Ferrara. Al pronto soccorso dell’ospedale di Cona i pazienti arrivano da tutta la provincia. Ma chi li accompagna resta fuori dalla porta, ad aspettare che il congiunto venga dimesso o ricoverato. Il distanziamento fisico, nei luoghi dove si lavora sulla salute, si dilata per rendere ancora più difficile il lavoro del virus.
Da mesi il ps di Cona, come quello degli altri ospedali, è sbarrato - tranne che in casi specifici - a chi non deve personalmente sottoporsi a visite ed esami. Anche a chi porta il paziente fino al triage e poi deve ripiegare all’esterno fino all’esito dell’indagine sanitaria. Magari per “accomodarsi”, quando le gambe vanno in tilt, su un paracarro, sul bordo di un cestino della spazzatura o sul cordolo di un’aiuola.
«Ci hanno detto di aspettare all’esterno - raccontano gli utenti - È giusto garantire la sicurezza di pazienti e personale, ma effettivamente qui fuori si è un po’ esposti a tutto: al caldo (il rischio è di trovarsi presto sotto il sole con 35-38°), alla pioggia, al temporale, alla stanchezza». Come tanti altri ospedali italiani il Sant’Anna ha dovuto attrezzarsi in corsa per l’emergenza Covid e, scorrendo la lista delle priorità, il “comfort” di chi aspetta il proprio caro affidato ai sanitari non ha tutti i crismi per comparire in cima all’elenco.
Venerdì mattina ad aspettare in piedi, sotto uno degli alberelli che allungano l’ombra nel parcheggio, c’era una signora che aveva accompagnato il marito. La coppia era arrivata da Copparo. Dopo 6 ore, verso le 11.30, l’uomo doveva ancora completare il percorso diagnostico, lei nel frattempo era rientrata in paese e poi era tornata a Cona. «È chiaro che la pandemia - commenta la signora - ha preso un po’ tutti alla sprovvista. Ma forse qualche panchina non guasterebbe». Distanziata una decina di metri, al coperto della chioma di un altro alberello, un’altra signora.
«Aspetto da 3 ore, dentro c’è mia madre - racconta - Siamo stati qui anche ieri: 9 ore. In effetti non c’è un posto dove riposarsi o sedersi». Un’alternativa è accomodarsi nella propria auto. «Sono qua da un paio d’ore - spiegava un uomo giunto da Lagosanto - io entro ed esco, ma ora inizia a far caldo, è dura». Tenere acceso il motore, anche per ore, per far funzionare il condizionatore non fa bene nè alla salute nè all’ambiente. Anche la signora Fabrizia, arrivata da Tresigallo assieme ad un parente, aspettava in macchina: «Un medico gentile ha segnato il mio numero di cellulare e ha detto che mi ricontatterà appena sarà finita la visita».
I toni sono pacati, nessuno eccede con le critiche: il pensiero è alla salute dei congiunti e non si dimenticano rischi e disagi imposti dall’infezione.
Moglie e marito, partiti da Jolanda, si sono dati il cambio: uno arrivava, l’altro tornava a casa. Anche loro aspettavano che i medici completassero il loro lavoro. «Servirebbe una tettoia», osservava lui.
Simone, di Ferrara, aveva portato la moglie. L’auto era parcheggiata all’ombra, un posto ambito. «Conosco il problema - diceva - riguarda anche molti accompagnatori dei pazienti che fanno la chemioterapia. Un signore che ascoltava la radio a motore spento un giorno ha scaricato la batteria. Per fortuna avevo i cavi, così ho potuto ricaricargliela». —
Gi.Ca.
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