Mistero tra le dune di Spina L’omicidio di Nicola Bonetti irrisolto dopo quarant’anni
Lo studente era in auto con la fidanzata, dal buio spuntò un uomo che intimò di scendere e sparò Perizie, controperizie e scarcerazioni: l’inchiesta si spense dopo dieci anni con un nulla di fatto
la storia
Quarant’anni esatti sono passati da quel sabato sera di fine giugno, in cui Nicola Bonetti venne ucciso a Lido di Spina, tra le dune, la sabbia e gli arbusti, a poche centinaia di metri dal Bagno Le Piramidi. Quattro decenni senza verità, con svariati punti interrogativi, molteplici dubbi, e l’amara sensazione che sarà davvero difficile dare un volto all’assassino.
Quello di Nicola fu un delitto che, oltre a porre fine alla giovane vita dello studente ferrarese al terzo anno della Facoltà di Medicina, sconvolse le esistenze di molte persone, turbò profondamente, e per molto tempo, la quiete di una località di vacanza tranquilla e borghese, come il più meridionale dei Lidi Ferraresi, e colpì fortemente l’opinione pubblica, non solo entro il perimetro della nostra provincia. Col senno di poi, inoltre, si rivelò un omicidio strano, anomalo sotto molteplici aspetti, anche nelle fasi successive agli stretti accadimenti delittuosi.
Erano quasi le dieci della sera, quel ventotto di giugno del 1980. Bonetti e la fidanzata diciassettenne, Laura, sanremese, conosciuta alcuni anni prima, durante i soggiorni in Liguria della famiglia, avevano finito di cenare, insieme ai genitori di lui, nella casa del Lido degli Estensi, la villetta di proprietà della mamma di Nicola, al civico 82 dell’attuale Viale dei Castagni.
Dì lì a poco, uscirono in auto, e decisero di appartarsi, proprio in fondo a Lido di Spina.
Aggrediti nella notte
Era una serata di stelle, non calda, e sufficientemente limpida. La zona, ricca di vegetazione bassa, di stradelli sabbiosi spesso senza uscita, delimitata dalla spiaggia e dalla pineta, era affollata quella notte, più di quanto i due fidanzati potessero immaginare: c’erano dei giovani saccopelisti di Sassuolo, qualche pescatore di frodo, e c’erano pure alcuni “guardoni”.
Ma c’era, soprattutto, qualcuno armato.
Attorno alle 10.20, una sagoma scura si affiancò all’auto di Nicola, una Citroen Dyane 6, targata FE 249247, intimandogli di uscire dall’abitacolo. Stando alle dichiarazioni della fidanzata, Bonetti non si sarebbe fatto intimidire dall’uomo, ma anzi avrebbe cercato di mettere in moto l’auto, per allontanarsi. Nel giro di pochi attimi, però, un forte rumore, “come di vetri in frantumi”, colse i due occupanti.
I proiettili, sparati dalla pistola dell’uomo sopraggiunto nel buio, sfondarono il vetro, e colpirono Nicola al torace, trapassandolo. Il giovane studente non morì sul colpo, ma rimase riverso sul sedile, privo di conoscenza. L’assalitore fece perdere le proprie tracce con la stessa rapidità con la quale era sopraggiunto.
La fidanzata, atterrita, scese dall’auto ed iniziò a gridare, richiamando l’attenzione di alcune persone che, in pochi minuti, prestarono loro soccorso: Nicola venne caricato e poi trasportato sulla loro auto, prima alla pizzeria Fieramosca, sempre a Lido di Spina, e poi, dopo una telefonata, all’ospedale San Camillo di Comacchio, dove purtroppo spirerà di lì a poco.
Insoliti particolari
Agli inquirenti apparve evidente, fin da subito, come la circostanza più insolita fosse stata la totale noncuranza dell’assassino nei confronti della testimone: l’omicida sparò solo a Bonetti, disinteressandosi della presenza di qualcuno che lo avrebbe potuto riconoscere.
In quasi tutti i delitti della storia criminologica recente, che abbiano avuto ad oggetto giovani coppie, infatti, entrambi gli assaliti sono stati colpiti o uccisi: mentre ciò non avvenne, a Lido di Spina.
Anche le indagini e l’istruttoria furono alquanto insolite, ondivaghe, caratterizzate da momenti molto diversi fra loro. Ad una prima fase, non particolarmente solerte ed ingegnosa, che portò a concentrare l’attenzione proprio sui soccorritori e su due fratelli comacchiesi tossicodipendenti, il cui motociclo sembrava essere stato notato sul luogo dei fatti, seguirono mesi di grande attenzione e ricerca, soprattutto relativamente all’arma. La stessa fu identificata, attraverso l’esame di bossoli e proiettili, in una Walther Ppk: modello del quale, si scoprì che, tra Polesine e Ferrarese, esistevano soltanto tre esemplari.
Uno di questi apparteneva ad un noto commerciante ferrarese di pellicce, sul quale le indagini virarono all’inizio del 1981: lo stesso venne arrestato poche settimane dopo, nei primi giorni di marzo, e l’arma sequestrata. Il rinvenimento, presso la sua abitazione, anche di molte fotografie osées di giovani coetanee ferraresi, e non solo, di deliranti appunti di block-notes, nonché la scoperta di certe “abitudini”, non depose certamente a suo favore, ed il Giudice Istruttore, dottor Melluso, ne dispose la carcerazione.
Perizie e controperizie
Parallelamente, vennero compiute alcune perizie balistiche sull’arma, che rivelò una parziale compatibilità, in un caso, e risposte assolutamente inconcludenti in altri: ma all’appuntamento più importante, coi periti dell’allora Repubblica Federale Tedesca, a Wiesbaden, l’arma arrivo danneggiata in alcune parti. Ciò impedì, secondo i tecnici, di raggiungere un sufficiente livello di certezza: in ogni direzione, naturalmente.
Nel frattempo, la fidanzata di Bonetti, sentita più volte, cambiò frequentemente versione: in un’occasione, agli inquirenti, ad esempio, parlò di una seconda sagoma sul luogo del delitto, mentre l’assalitore, in alcune deposizioni, venne descritto come magro, in altre piuttosto robusto. Anche sulla presenza fra le dune del motociclo, una Vespa di colore scuro, già citata da uno dei soccorritori, emersero diverse contraddizioni.
Nel febbraio del 1981, poi, condotta, sul luogo dei fatti, dal magistrato e dai suoi collaboratori, per una prova ricognitiva, la giovane sembrò avere perso completamente ogni memoria, facendo praticamente scena muta. Venne, pertanto, inclusa fra gli indagati anche lei, ed arrestata. Fu scarcerata dopo una settimana. Da quel momento, non venne mai più sentita.
Incroci del destino
Un’altra circostanza curiosa: il principale indagato aveva una casa proprio a Sanremo, a breve distanza dall’abitazione della famiglia della fidanzata di Nicola. Vennero compiuti alcuni accertamenti anche su questa “coincidenza”, ma senza esiti rilevanti per le indagini.
Anche sulla presenza a Lido di Spina, quella notte, del principale indagato, gli elementi indiziari emersi si rivelarono alquanto contraddittori. Nel calderone delle prove, o meglio, delle mancate prove, vi finirono curiosamente anche il televisore a colori dell’Hotel Europa, e due pugili inconsapevoli, uno italiano, Vito Antuofermo, l’altro inglese, Alan Minter, che si sfidarono quel 28 giugno del 1980, anche in differita su Rai Uno. Il fatto che fossero entrambi bianchi, però, ridimensionò il ruolo di una testimone importante.
Il commerciante arrestato fu liberato soltanto a febbraio del 1982, dopo quasi un anno di detenzione. E fu proprio con la sua scarcerazione che, di fatto, si conclusero le indagini sull’assassinio di Nicola Bonetti.
Dopo mesi di solerte attività, di arresti, di indagini a tappeto, il fascicolo rimase sostanzialmente giacente per otto lunghi anni (ripetute, e forse in numero eccessivo, perizie balistiche, a parte): un’altra evidente anomalia di questa strana storia.
Quarant’anni senza giustizia
I genitori di Nicola, il padre e pittore Antonino Bonetti, deceduto quasi centenario nel 2014, e la mamma, Amalia Scarpati, professoressa di inglese, mancata nel 2007, in quegli anni, scrissero persino alla presidenza della Repubblica, per chiedere aiuto, nonché per lamentare, a loro detta, cotanta inerzia: né Pertini, né Cossiga, però, riuscirono a dare loro concreto supporto, aldilà delle risposte di circostanza.
E fu così che, nella tarda primavera del 1990, il Procuratore della Repubblica chiese il proscioglimento di tutti gli indagati: il commerciante di pellicce, la fidanzata di Nicola, due dei tre soccorritori, ed i due fratelli eroinomani di Comacchio.
Pochi anni prima, nel giugno del 1988, su sollecitazione delle parti civili, era stato dato incarico al prof. Compagnini, dell’Istituto di Balistica di Catania, per l’effettuazione di una nuova perizia sull’arma: il consulente, però, consegnò in ritardo di alcuni giorni l’elaborato, i suoi collaboratori non chiesero la proroga, ed il Giudice Istruttore non l’ammise. Nel dicembre del 1989, venne invece ammessa la quinta perizia sull’arma. Anche in questo caso l’esito fu incerto, ma uno dei periti, che componevano il collegio, si dissociò dalle conclusioni, sostenendo la piena compatibilità tra arma sequestrata e proiettili.
Il filo dei ricordi
Il 28 luglio del 1990, dieci anni ed un mese dopo la morte di Nicola, tutti gli imputati furono prosciolti dal Giudice Istruttore. Il più inquietante, forse, tra i delitti della nostra provincia, rimase dunque senza un colpevole.
Chiunque si avvicini a questa storia, però, non può non provare un senso di inquietudine, di smarrimento, e talvolta di rabbia. Quasi tutti coloro che ne sono stati in qualche modo coinvolti, anche le persone più lontane dai fatti, lo si comprende subito, non desiderano parlarne più. Anche i genitori di Nicola, dopo la sentenza, si chiusero in un mutismo assoluto, e forse rassegnato: non vollero affrontare più, né pubblicamente, né privatamente, il loro dramma.
Però, la sventurata mamma, negli ultimi anni di vita, era usa salire spesso nel ripostiglio, all’ultimo piano del condominio borghese di Via Algeria, 15, a Ferrara, dove la famiglia ha sempre vissuto: la donna sosteneva che in un magnetofono potesse riascoltare la voce di Nicola. Mentre il babbo ha conservato con scrupolo, in una cartellina, fino alla fine dei suoi giorni, tutti gli articoli, ed i documenti, su questa drammatica vicenda.
Per loro, e per la giovane vita di Nicola, anche quarant’anni dopo, in questa calda domenica di giugno, credo sia giusto ricordarla. —
Davide Bertasi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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