Un management unitario per la sanità
Il fondo del direttore de la Nuova Ferrara
Che il coronavirus ci avrebbe reso migliori era un’utopia, subito sconfessata. Ma se un effetto residuale ha, è di aver acceso i riflettori su questioni che si trascinavano irrisolte, e imposto di affrontarle tracciando strade che solo pochi mesi fa venivano bollate come impercorribili. Qui è il caso della sanità pubblica provinciale, della sua organizzazione bicefala, con un capo all’azienda ospedaliera e uno all’Usl, e con una rete di servizi la cui piena integrazione è rimasta ferma all’inchiostro dell’accordo quadro sottoscritto nel 2016 e che alla vigilia della pandemia era sul punto d’essere revisionato. I buoni propositi erano rimasti tali, sarebbe servito un deciso cambio di passo – tutti d’accordo sull’analisi, a Ferrara e in Regione. Ma sulla possibile soluzione, no: la fusione, di cui sotto Natale da queste parti si era tornati a ragionare, veniva categoricamente esclusa. Ci sono vincoli di legge insuperabili: non si può, sentenziavano i tecnici.
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Il quadro normativo non è mutato. Ma è cambiato il mondo. Già nelle settimane più calde dell’emergenza sanitaria la Regione aveva proceduto con una nomina commissariale per serrare i ranghi, facilitare comunicazione e collaborazioni che stentavano tra le due componenti della struttura sdoppiata. Ora è giunta ad indicare la fusione tra le due aziende della sanità come obiettivo esplicito. Affidato al mandato delle due donne nominate ai vertici della sanità provinciale, Monica Calamai direttore generale dell’Usl e Paola Bardasi commissario dell’azienda ospedaliero-universitaria: non due figure speculari, ma finalmente asimmetriche, per un management che si vuole unitario. Nella sostanza, prima ancora che nella forma giuridica. Alla prima la responsabilità della programmazione sanitaria complessiva, all’altra il compito di raccordo tecnico amministrativo.
Buon lavoro. E buona domenica.
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