Pratiche false in Prefettura Una valanga di assoluzioni
Solo 8 condanne tra i 37 imputati. Cadono le accuse all’impiegata e all’avvocato Le difese: «Processo inutile celebrato su un teorema frutto di interpretazioni»
Piange in aula dopo aver incassato l’assoluzione da tutti i reati: «È finito l’incubo, 8 anni di inferno», dice di getto Simona Granatiero, impiegata della Prefettura, imputata centrale del processo per le pratiche facili e false per immigrati cinesi. La sua assoluzione e la sentenza del tribunale disegnano in modo netto che l’inchiesta di procura e Polizia non aveva il supporto di prove, riscontri.
Il tribunale (Giacomelli, Migliorelli e Martinelli) ha spazzato via tutto, 8 anni tra indagini e udienze, con una valanga di assoluzioni: dei 37 imputati, solo 8 le condanne. Condannate due imprenditrici cinesi, per falsi nei documenti (2 anni e 4 mesi a Xia Lihong, titolare ristorante piazza Sacrati e 1 anno e 6 mesi a Xia Xinwei, che gestiva il Bar Novecento in città), ritenute i “collettori” delle pratiche per regolarizzare cittadini cinesi. E altre condanne per 5 immigrati cinesi per aver dichiarato residenze fasulle, per loro appena 8 mesi e benefici di legge. Per il resto, il tribunale assolve e ancora assolve: perchè il fatto non costituisce reato, il fatto non sussiste, per prescrizione (prescritta la corruzione tra la Lihong e la Granatiero, per cellulare e pranzi al ristorante) e così via.
Impiega una decina di minuti il presidente Giacomelli a leggere la sentenza: e fin dalle prime righe si intuisce che è una Caporetto per l’accusa, per l’inchiesta. Perché spiega l’avvocato Erminia Imperio, difensore di un’altra imputata eccellente, l’avvocato Silvia Baldassarre, «questo processo è frutto di errori interpretativi e pregiudizi che hanno portato ad un teorema accusatorio del tutto azzerato». «Un processo - riprende il legale - costato tanto, per le tante e troppe ricadute dal punto di vista personale e professionale all’avvocato Baldassarre: siamo soddisfatti dell’esito, la sentenza rende giustizia alla mia assistita. E di questo dobbiamo ringraziare un tribunale sempre attento e senza pregiudizi». Va anche oltre il processo l’avvocato Imperio: «Se c’era una ragione per essere celebrato, questo processo doveva vedere sul banco degli imputati anche l’ufficio e il personale della Prefettura in cui lavorava la Granatiero e l’ufficio della questura cui veniva inviata la documentazione al centro del processo».
Parliamo della pratiche che venivano presentate per il visto a prefettura e questura per la ricongiunzione dei nuclei familiari di cittadini cinesi: secondo l’accusa i “collettori”, le imprenditrici poi condannate, e quindi il legale (in parte) e l’impiegata della prefettura, riuscivano a far approvare le pratiche con atti falsi. Un teorema spazzato via dai giudici: nessuna prova, nè tantomeno controlli, mai eseguiti, ad esempio delle Polizie municipali interessate (a Ferrara e provincia) che dovevano verificare gli esatti domicili per le ricongiunzioni familiari.
“Buchi” clamorosi nell’inchiesta, dunque, rilevati fin dai primi atti, tanti anni fa, dal difensore della Granatiero, Salvatore Mirabile: «Lo avevo detto, poi attaccato per questo, che era tutta fuffa: nessuna prova, solo suggestioni, portate avanti dall’accusa con un teorema frutto di interpretazioni». Lei, Simona Granatiero felice e raggiante, non nasconde la rabbia: «Sono sei mesi che non mi chiamano al lavoro (Prefettura, ndr) e in questi anni sono stata isolata: devo ringraziare la famiglia e una sola persona, il mio legale».
Infine la procura, in aula la pm Isabella Cavallari che aveva chiesto condanne per tutti gli imputati, per oltre un secolo di pene: «Leggeremo la sentenza (tra 90 giorni, ndr) e valuteremo come impugnare la sentenza». —
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