Marostica non doveva iscrivere a bilancio il conguaglio da Carife
Rimbalza ancora nelle aule di tribunale la vicenda nata dalla cessione da parte di Carife della quota di maggioranza della Banca di Treviso alla Popolare di Marostica, con contratto sottoscritto nel giugno 2010 per 38 milioni, pagamento immediato salvo verifica dell’effettivo valore del patrimonio netto al successivo 30 novembre, quando la compravendita sarebbe stata perfezionata. E fu una verifica sanguinosa. Il patrimonio si era quasi dimezzato, Marostica pretendeva di riavere 18 milioni. Ne nacque una contesa, avviata ad una risoluzione per arbitrato.
Eppure, dal punto di vista contabile, Marostica si mosse subito come se quei soldi gli fossero sicuramente dovuti, e li avrebbe riavuti presto: iscriveva a bilancio un credito da 18 milioni nei confronti di Carife, misura che gli permise di chiudere l’anno in utile (per due milioni) e di distribuirne 1,4 in dividendi. Operazione presto finita nel mirino della Banca d’Italia. Marostica non poteva dirsi certa né del buon esito dell’arbitrato, né della quantificazione del conguaglio: non avrebbe potuto e dovuto iscrivere quei milioni a bilancio. Per quell’azzardo, tra gli altri, un associato di Ernst & Young, Stefano Cattaneo, fu oggetto di una sanzione amministrativa da 21mila euro, in solido con la sua società. Che lo stesso e l’azienda chiamata a risponderne hanno contestato prima davanti alla Corte d’Appello, quindi in Cassazione. Ma hanno avuto torto. Con due sentenze pubblicate il 31 luglio la corte ha riconosciuto la validità delle contestazioni mosse da Banca d’Italia e la relativa multa. —
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