Poca gente in centro a Ferrara «Sta crescendo la paura del virus»
Tra i banchi del mercato del lunedì mattina in piazza Travaglio c’è un calo del 40% dei clienti Tutti parlano della pandemia. L’anziano davanti al Duomo: «In tanti sono già chiusi in casa»
il reportage
Centro storico, attuale periferia. Non è un gioco di parole. Ci si risveglia dopo l’ultimo Dpcm – ma si sa che il tassametro corre e ce n’è sempre un altro all’orizzonte – ed è pure lunedì. Ma Ferrara sonnecchia ancora, ci si rintana. Poca gente in giro, sempre meno.
Parcheggi semivuoti, sarà il telelavoro che lascia tutti nel proprio antro. In piazza Sacrati le linee blu incorniciano diversi posti vuoti. C’è un testimone eccellente per quello dei Teatini, lo spiazzo della chiesa battezzato come garage all’aperto. «Avoja, se la ggente è diminuita», smozzica sigaretta e accento romanesco a cavalcioni della sedia Alfredo Lanciotti, il parcheggiatore. «Io qui ce sto da ventotto anni, guardi. Mai visto un passaggio così povero de machine. Sarà da un paio d’anni, però. Poi è arrivato er Covidde».
L’inizio mattinata è ferrarese doc 2.0: cielo grigio-nebbioso-pandemico su di noi, più tardi spunta un tiepido sole. Ma in piazza il via vai resta frigido. L’affollamento della sera prima, quando pareva che tutti fossero a caccia dell’ultimo aperitivo prima del mese di secca, è solo un ricordo.
«Davvero, non è solo una sua sensazione, la gente in centro sta diminuendo. Mi sa proprio che hanno paura del virus», racconta Sergio Tracchi, che nella sua edicola sotto il Volto del Cavallo c’è sempre. Solo che adesso indossa una visiera di protezione, a misura di contagio. Come peraltro tutti per strada portano la mascherina. Sguardi sospetti. Passi a largo raggio. Ci si riconosce a metà. E tante chiacchiere, il tema è sempre quello. Anche per gli anziani incrollabilmente in capannello davanti al Duomo.
«Ma che dobbiamo fare, stare in casa? Ce n’è già abbastanza di vecchi in casa», sbuffa Sergio Govoni, in sella alla bicicletta come fosse un cavallo. «Io però ne conosco di persone della nostra età che non escono più, i mesi passati si fanno sentire e speriamo che non si torni a quel punto», dice un altro umarell che tira in ballo lo spettro conficcato nella mente di tutti: la possibilità di un nuovo lockdown. Ma la città sembra già andarci, a piccole dosi, uno sputarello per volta.
Lunedì mattina c’è il mercato settimanale in piazza Travaglio. Lorenzo Biancolini è un volontario dell’Auser, sorveglia che tutto sia in ordine e si rispettino le misure di sicurezza. «Come va stamattina? Tranquilla – racconta, in piedi nella posizione strategica tra San Romano e la piazza –. C’è meno gente del solito, anzi a dirla tutta per me nelle ultime settimane c’è stata una diminuzione del 40%. La paura incide, si sta più attenti di prima».
Kaki grossi: 2 euro e 50 centesimi al vassoio. Banane: 1 e 20 al chilo. Ananas a prezzo scontato. Largo, largo. In effetti ora c’è un po’ di ressa. «Fatemi il favore, niente assembramenti. Non toccatevi, anzi non guardatevi nemmeno! Qui si fa quel che dico io», si mette a ridere il rivenditore di frutta e verdura. E i clienti si rimettono in fila, composti. Ma c’è poco da sorridere per gli ambulanti. Affari, non tanti a dire il vero. «Sarà che io sono in una posizione defilata – racconta un’esercente all’imbocco di via Bologna mentre ritocca gli abiti in esposizione – però qui non passa nessuno. Torni indietro, forse le andrà meglio». Offerta slip donna. Cotone per imbastire. Teli doccia: 6 euro. Passa una coppia di carabinieri tra le bancarelle: osservano, tutto tranquillo, pure troppo.
«Io preferisco una cattiva democrazia a una buona dittatura, però un periodo così non l’ho mai visto», confida Mario in piazza Savonarola, all’ombra della statua. In effetti sembra di essere tornati alle pandemie che andavano tanto di moda ai tempi del famoso predicatore. Come in pieno medioevo, con poche speranze di rinascimento.
Se non fosse per i telefonini. Conversazioni intercettate con la coda dell’orecchio, a bizzeffe. Argomento? Ovvio. «Speriamo che finisca, chissà. Adesso hanno anche chiuso le palestre e le piscine», racconta al cellulare una donna allo sconosciuto interlocutore. Discorsi carpiti qua e là, le parole più ricorrenti: contagi, protocolli, paura. Insomma, un incubo. «Stasera niente aperitivo», dicono al bar Duca d’Este, mentre si trangugia il caffè in tutta fretta, triste, solitario e finale. —
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