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Le indagini sulle tracce del machete dell’agguato La svolta con il pizzo chiesto alla ambulante

Le indagini sulle tracce del machete dell’agguato La svolta con il pizzo chiesto alla ambulante

L’arma dell’assalto di via Morata fu trovata nella lavatrice del capo Che coi suoi uomini ricattava così: «Se non paghi ti faccio violentare» 

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IL retroscena

Erano forti e mafiosi con i deboli, i nigeriani non affiliati ai clan, colpevoli (una colpa?) di aver paura. Questi erano gli Arobaga a Ferrara, questo era soprattutto il loro capo, Boogye, il dj che li comandava. E allora per raccontare l’inchiesta sulla mafia nigeriana partiamo dalla fine, dagli ultimi atti del giugno scorso, quando Boogye arriva a chiedere il “pizzo” di 600 euro ad una venditrice ambulante, una donna nigeriana – aiutata dalla Caritas – che per sopravvivere e mandare soldi alla famiglia in Nigeria vendeva vestiti usati e bevande (e birra) ad immigrati come lei, anche non in regola, guarda caso nei pressi dell’ex distilleria di via Modena. Se non avesse pagato, diceva Boogye «mando i miei uomini a violentarti», perché «io sono il capo» della zona, «io sono il capo degli Arobaga» e «non puoi vendere senza il mio permesso». La donna, dopo settimane di silenzio (paura e omertà) denunciò Boogye: ed è la svolta dell’inchiesta, un elemento in più per contestare il 416 bis, a Boogye e i suoi uomini. Perché dicono gli inquirenti questo fatto è la fotocopia di tanti altri in cui Boogye usava forza e mafiosità con i deboli, facendo trasparire la sua personalità «megalomane, violenta e arrogante».

Comportamenti che si inquadrano in estorsione aggravata «con violenze e minacce commesse da più persone (Boogye e la sua banda) ripetendo modalità di associazioni mafiosi». E allora si può dire che questa è la classica “chiave di volta”, che la Dda usa, anche per contestare l’associazione mafiosa. Associazione che anche senza l’aggettivo mafioso ha sempre fatto paura. Partendo dall’agguato di via Mortara della fine luglio del 2018: l’inchiesta contro la nuova “mafia nigeriana” di Ferrara partì proprio dall’arma usata, quel machete, per spaccare la testa (letteralmente) al rivale della banda degli Eiye, giovani nigeriani che volevano scalzare gli Arobaga/Vikings dallo spaccio in città.

Machete insanguinato venne trovato nella lavatrice di Boogye. Lui stesso diceva dopo esser stato denunciato per favoreggiamento per il machete in casa: «io non c’entro nulla con i fatti di via Morata». Certo, materialmente non partecipò all’agguato, a quel regolamento di conti. Ne era di fatto, pur indirettamente, il mandante, quello che coordinava gli Arobaga. La prova? Uno dei partecipanti (arrestati e condannati per l’agguato) Junior Musa nascose il machete nella sua lavatrice. Si riuscì a saperlo dalle prime intercettazioni. Che hanno poi portato lontano, a scoprire tutta la rete, i rapporti, i collegamenti tra Ferrara, il Veneto, Torino e la Nigeria. Inchiesta che partì da Ferrara con le indagini della squadra mobile, diretta da Andrea Crucianelli da allora fino all’inverno scorso. E dalla pm Isabella Cavallari. Poi, per far fare il salto all’indagine, gli atti sono stati trasferiti alla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, dove la stessa Cavallari è stata distaccata per l’indagine. «Non possiamo che ringraziare tutti coloro che hanno lavorato a questa importante indagine» il plauso del procuratore capo di Ferrara Andrea Garau. E infine il questore Cesare Capocasa che ribatte: «questa attività investigativa ha consentito di disarticolare una associazione, per la prima volta riconosciuta come di tipo mafioso a Ferrara». E indica in controlli espulsione, rimpatri, chiusura locali, prevenzione e repressione «le strategie vincenti per migliorare la qualità della convivenza civile e garantire il vivere ordinato di Ferrara». —

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