«Gli artigiani non esistono ma la pandemia ci uccide»
Il ferrarese Pigozzi: «Siamo il made in Italy»
la storia
«Quando ho deciso di cambiare vita e diventare artigiano, l’ho fatto anche perché mi piaceva pensare che il made in Italy fosse un mondo fatto di opportunità in cui estro, creatività, manualità, determinazione e tanto lavoro sarebbero stati “sufficienti”. Mi è stato presto chiaro come le cose siano molto diverse: per poter lavorare in regola si devono seguire mille regole, quando spesso la norma è lavorare in nero, purtroppo nel pieno rispetto delle pieghe normative». Marco Pigozzi di “Pig’OH gioielleria alternativa è un artigiano”, un artista che ha fatto della sua passione il suo lavoro. E che oggi, più di tanti altri, deve fare i conti con le restrizioni legate all’emergenza.
il punto
«Se non si può lavorare non si lavora, quando si sta fermi non si spendono nemmeno i soldi per il materiale», dice. «Ma non è questo il punto. Oggi dopo un 2020 difficile per tutti, prendiamo atto che il famoso Made in Italy è uno slogan valido solo per alcuni: tutti i giorni si parla del settore del turismo, del settore della cultura, del settore della ristorazione ma sull’artigianato nemmeno una parola. Eppure il made in Italy è fatto anche da noi. Abiti, gioielli, arredi...». La pandemia «colpisce gli artigiani creativi anche perché il nostro è un mondo in cui è importante il contatto umano, la relazione, farsi conoscere, raccontare la nostra storia e il percorso fatto per creare i nostri prodotti, cosa ci sta dietro». Quando acquistate, pensateci: sostenere il Made in Italy significa soprattutto sostenere piccoli artigiani che lavorano in regola, «Diamoci tutte e tutti una mano, perché da soli non se ne esce». —
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