“Lo sa che lei è positivo?” La mia esperienza a Cona
“Lo sa che lei è positivo?” No, non lo sapevo e non me lo aspettavo, con un filo di voce quasi scusandosi all’una di notte, dopo tredici ore tra attesa, visite approfondite, flebo, prelievi e un tampone, questa donna con mascherina, occhiali, cuffia, copriscarpe, vestita di verde pallido dalla testa ai piedi, mentre mi copre con dolcezza (avevo chiesto una coperta, avevo freddo) e si avvicina, quasi per non farsi sentire, mi svela l’orrendo segreto. Qui è cominciato il mio viaggio nel Covid-19 di Cona a Ferrara. Ho avvisato Monica che mi portasse un po’ di ricambi.
Dopo un’ora ero dentro alla Tac, prima avevo fatto le lastre ai polmoni. Impressionato dalla strumentazione “spaziale” ultra-moderna e dall’efficienza del personale e dalla gentilezza con cui ti circondano. Un’ infermiera di origine romana, mentre mi spinge in un lunghissimo corridoio verso la Tac mi dice che basta poco, prendere un caffè, toccare una confezione di pasta che qualcuno aveva preso in mano… forse percepisce la mia rabbia per essere caduto in trappola: proprio io, il talebano della mascherina a litigare nel ristorante con quelli che alzandosi dal tavolo non la mettevano. Dopo la rabbia il dolore per aver forse trasmesso ad altri il virus.
Ero disperato, rivedevo le lacrime della Pellegrini, avrei voluto dirlo a tutti, non ne avevo il coraggio. Volevo dire: “state in guardia, state molto in guardia”. Preso in questi pensieri mi portano in stanza attraverso centinaia di metri di corridoio, mi sdraiano sul letto, sono in un reparto Covid, il mio compagno di stanza si chiama come me, fortunatamente è più famoso di me: sua figlia è un medico ferrarese a sua volta positivo, perciò ogni volta che chiamano Alberto so di non essere io il chiamato. Comincio da subito le terapie antibiotiche, il mattino entrano le infermiere e ti chiedono come stai e come hai passato la notte, se ti serve qualcosa sempre con una nota di profondo ottimismo nella voce che ti fa stare bene. Poi arriva la colazione ed il medico che ti visita in modo approfondito.
Il mio omonimo è guardato a vista con terapie più complesse, forse ha problemi di tipo cardiaco e soffre di ipertensione. Provo a concentrarmi sulle parole crociate ma dormo spesso e non riesco. Il tempo scorre più veloce di quanto pensavo. La seconda notte alle 3 mi sveglio in un bagno di sudore, chiamo per chiedere se mi posso cambiare. Anche Alberto in preda alla febbre alta chiama e qui assisto per la prima volta alla sfuriata di un infermiere che si arrabbia: “da quanto si sente la febbre?”. “Da mezzanotte”, risponde. “E perché non mi ha chiamato?” “Non volevo disturbare, sa di notte...”. “Di notte? Lo sa che noi abbiamo già fatto cinque ricoveri?! Lei ci deve chiamare subito, siamo pagati per questo. Lei non può permettersi di avere la febbre, lo vuol capire?”
Passa veloce anche un altro giorno, sono senza febbre da molte ore, mi consigliano gentilmente di lavarmi: mi sento bene e con coraggio e perizia mi faccio una doccia favolosa. Mi sento sempre meglio. A pranzo io e l’altro Alberto scambiamo qualche parola sul nostro lavoro e sulle nostre vite. Alle 14 un medico mi chiede se volessi andare a casa: mi chiede se dispongo di due bagni e due camere da letto, se la mia compagna è disponibile a portarmi in camera pranzo e cena: “Certoooo!”. Faccio la borsa, c’è tutta una procedura che vi risparmio. Mi danno l’eparina e la terapia antibiotica e tutte le prescrizioni da comunicare all’Usl, sono circondato da una specie di festa. Le infermiere e gli infermieri si alternano a chiedermi se ho bisogno: sanno che non ho bisogno, lo fanno per sentirsi dire che sto bene, lo considerano un successo.
Quando esco dalla stanza, seduto sulla sedia rotelle del 118 mi fanno una specie di standing ovation, mi chiamano per nome, si complimentano. Ogni dimesso è un successo. —
Alberto
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