Gli operai in presidio «Salari e sicurezza»
Ieri la manifestazione davanti alla sede di Confindustria «Troppo poco garantire solo il recupero dell’inflazione»
Anche a Ferrara, come in tutta Italia, ieri è stato sciopero dei metalmeccanici. Nel Ferrarese il clou è stato il presidio che si è svolto dalle 14.30, e per quattro ore, davanti alla sede di Confindustria in via Montebello, ma in mattinata si erano tenuti altri due sit-in di protesta a San Giovanni di Ostellato, davanti alla Lte, e a Copparo, davanti alla Berco.
A gran voce si è chiesto di «aumentare il salario, migliorare il welfare, i diritti e le tutele», ma anche di «tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori», di «difendere l’occupazione e rilanciare l’industria metalmeccanica». La protesta nazionale, che ieri a Ferrara ha raccolto un’ottantina di lavoratori di Cgil, Cisl e Uil, si è resa «obbligatoria», dicevano i sindacati: dopo che lo scorso 7 ottobre «è stato rotto il tavolo di contrattazione da parte di Federmeccanica Confindustria», diceva Giovanni Verla (Fiom Cgil). E a determinare la rottura del tavolo, fanno sapere i sindacati, è stato proprio il «tema centrale del salario. I metalmeccanici chiedevano un incremento fisso dell’8% della retribuzione nell’arco di tre anni, vale a dire una oscillazione fra 130 euro e 155 euro dal terzo al quinto livello. E questa percentuale è stata calcolata sulla base dell’incremento dei profitti delle aziende fra il 2017 e il 2018».
Nessuna risposta
Nessuna certezza però sarebbe arrivata da Confindustria rispetto agli incrementi salariali richiesti: «Il 7 ottobre – diceva Verla – Confindustria ha espresso una posizione molto chiara e, nonostante qualche segnale di apertura fosse arrivato nel periodo pre-estivo, ha ribadito la propria proposta: sui salari esclusivo e mero recupero dell’inflazione». Posizioni «fedeli al presidente Bonomi» , dicono i sindacalisti: «Lui dice – considerava Paolo Da Lan (Uilm) – welfare, inquadramento e formazione, e non si va oltre. Noi diciamo che si deve ripartire dai salari perché da lì risalgono gli acquisti e gli ordini alle aziende, e si crea economia».
E Sandra Rizzo (Cisl) sottolineava: «Abbiamo un contratto scaduto e vogliamo rinnovarlo oggi per ricreare le condizioni giuste per la ripartenza». Sempre in tema di salario si è chiesto di «aumentare a 250 euro annui i flexible benefit, di estendere la contrattazione aziendale e di aumentare l’elemento perequativo a 700 euro». Ma c’era anche il tema della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, che chiedevano, anche per contrastare la pandemia, di «potenziare ed estendere l’esperienza dei protocolli e dei comitati aziendali Covid-19» ma anche di «diffondere e rendere esigibili i break formativi e l’analisi dei casi di infortunio e delle malattie professionali rafforzando la prevenzione attraverso la formazione dei lavoratori, dei rappresentanti sindacali e dei preposti». E per rilanciare l’industria metalmeccanica, aggiungevano i sindacati, «è necessario mantenere il blocco dei licenziamenti, garantire a tutti gli ammortizzatori sociali e ridurre l’orario per redistribuire il lavoro».
Si chiedeva anche di rilanciare l’innovazione tecnologica e ambientale con investimenti pubblici e privati, regolamentare per via contrattuale lo smart working e introdurre elementi di miglioramento sugli orari per facilitare la conciliazione dei tempi vita e lavoro. —
Giovanna Corrieri
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