Quanti ricordi con il professore Dante Sforza Insegnò a tanti ragazzi la nobiltà del lavoro
Tresigallo, un omaggio all’insegnante di applicazioni tecniche e fondatore dell’Avis locale
il ricordo
Un vecchio che muore, in questi tempi di Covid, non è purtroppo una notizia che susciti tanta sorpresa ma Dante Sforza è stato il mio professore di applicazioni tecniche e da lui ho imparato cose che oggi possono sembrare desuete ma che mi sono forse servite più di tanto latino e greco. Costruire un temperamine o il modellino di un veliero con il legno di balsa sono competenze che non mi sono servite nella vita ma mi hanno insegnato il valore del lavoro manuale. Per me che ero destinato a studi classici e poi universitari, le applicazioni tecniche potevano forse essere l’ultima delle materie di cui curarmi, invece da quell’esercizio imparavo che c’era un mondo di persone attorno a me che viveva della fatica fisica, che nelle fabbriche, nelle officine e nelle campagne dove tanti miei compagni andavano a lavorare si produceva quel benessere indispensabile, perché io potessi coltivare il mio umanesimo.
Era quella una scuola che insegnava ancora il valore del mestiere e un’Italia dove l’insegnante era punto di riferimento, il primo livello dell’autorità dopo i genitori. C’era un insegnamento etico nel distinguere la pinza dalla tenaglia, il martello dal mazzuolo e poco importa se il professor Sforza ci tirava dietro l’uno o l’altro se non rispondevamo giusto, poco importa se ci stracciava davanti il disegno se c’era qualche sbavatura di china. La sua attrezzeria era linda come una sala operatoria e il professore ci entrava con un camice bianco, come fosse un chirurgo e noi apprendisti medici. Dovevamo limare e piallare, segare e avvitare, imparare a comporre un disegno tecnico ed eseguire un lavoro leggendolo. Scoprivamo l’uso delle macchine e la cautela con cui bisogna usarle. Un giorno il professor Sforza si tagliò una falange mostrandoci come si usava una sega circolare, io quella ferita che ancora dopo tanti anni gli scorgevo nella mano la considero una mutilazione sul lavoro. Un lavoro dei più delicati: insegnare ai ragazzi il rispetto reciproco, l’umiltà e la nobiltà del lavoro, la bellezza che c’è in un relé, in una rosa innestata, in un’elettrolisi. —
Diego Marani
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