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Il sub attaccato all’ossigeno dell’ospedale: una fame d’aria che brucia

Claudio Pirani
Il sub attaccato all’ossigeno dell’ospedale: una fame d’aria che brucia

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L’avventura più pericolosa l’ho vissuta poco tempo fa. Fortunatamente anche questa volta ne sono uscito vivo.

In tutta la mia attività subacquea come apneista, mi sono trovato alcune volte in situazioni che avrebbero potuto rivelarsi pericolose, ma grazie a un pizzico di fortuna, alla mia esperienza e capacità di controllare al meglio il mio corpo e la mia mente grazie anche all’allenamento, sono riuscito finora ad evitare brutte complicazioni e a risalire sempre alla superficie.

Come quella volta che, in una immersione in apnea di notte seguendo e cercando di catturare una cernia che si era rifugiata dentro la sua tana (che non è altro che un’apertura nella scogliera) mi ritrovai quasi intrappolato in una grotta sommersa, con la riserva d’aria ormai alla fine, non riuscendo più a capire da dove fossi entrato.

La sensazione di fame d’aria, il bisogno di ossigeno diventato pressante, urgente, improcrastinabile è una sensazione che non auguro a nessuno. Ma sapevo che, riuscito a tornare alla superficie, quella fame d’aria sarebbe sparita, avrei potuto riempire di nuovo i polmoni e rifornire tutto il mio corpo di tutto quel prezioso ossigeno del quale in quel momento avevo tanto bisogno.

Fu così che ebbi l’ispirazione di spegnere la torcia e guardandomi di nuovo intorno riuscii ad intravedere verso l’alto il chiarore della luna che mi indicò dove si trovava il pertugio che mi avrebbe portato alla superficie per poter respirare di nuovo, salvandomi così da una situazione che sarebbe potuta diventare abbastanza seria.

Quest’ultima volta invece no, non è andata così.

La fame d’aria, il bisogno di ossigeno, il senso di soffocamento che mi stava torturando i polmoni, e non solo quelli in verità, perdurava ed è continuato per parecchi giorni questa volta, nonostante avessi a disposizione tutto l’ossigeno che mi abbisognava, anzi anche di più, collegato com’ero alla rete dell’ossigeno dell’ospedale.

Sì, perché questa volta la tana nella quale ero finito era un letto del reparto Covid dell’ospedale di Cona.

Grazie a tutti quelli che mi hanno assistito, ai farmaci che mi hanno somministrato, un po’ grazie all’allenamento che ho fatto durante tutta la mia attività di apneista per potermi mantenere in buona forma e un altro grazie ad una buona dose di fortuna, anche questa volta sono riuscito a riemergere (leggi uscito dall’ospedale) per prendere aria...

Il Covid mi ha ridotto abbastanza male, mi sono trovato con un sacco di complicazioni a tutti gli organi, spero con il tempo di poter recuperare qualcosa.

Ma quello più importante, quello che più avevo desiderato alla fine si è avverato: il tanto sognato ritorno a casa. Molti, purtroppo, non hanno avuto la mia stessa fortuna.

È stata una bruttissima esperienza, un brutto rischio che non auguro a nessuno di provare... anzi no, un piccolo assaggio vorrei lo facessero quei cervelloni che vanno blaterando in Tv, scrivendo su giornali e manifestando nelle piazze che il Covid non esiste, convintissimi che al massimo l’infezione da corona virus sia da paragonarsi solo ad una banale influenza.

Sì, scommetto che dopo un assaggio di simili momenti cambierebbero subito idea, perché niente insegna come come il vivere una brutta e pericolosa avventura con l’altissima possibilità che questa finisca nel peggiore dei modi.

Questa è la mia testimonianza. Spero riesca a far pensare e nello stesso tempo a far prendere atto a quelli che mostrano una certa superficialità a fronte di una realtà per certi versi angosciante, quanto sia purtroppo vera, reale e pericolosa la situazione che stiamo vivendo ora. —

Claudio Pirani

esperto di apnea e subacquea

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