Morì per l’amianto I periti: «Ma non venne esposto alla Baltur»
CENTO
Dopo quattro anni dalla sua scomparsa, il processo per la morte di Giampaolo Brugioni, 66 anni, ex operaio Baltur si avvia al rush finale. Un processo difficile, molto tecnico, che dovrà stabilire le responsabilità nella morte di Brugioni per l’esposizione all’amianto durante la sua vita lavorativa. Brugioni morì per mesotelioma pleurico dopo esser stato diagnosticato nel 2011 e lottò oltre 5 anni con questa malattia. Sotto accusa per la sua morte (l’esposizione durante il lavoro) la ditta Baltur di Cento, e il suo rappresentate legale Gianni Fava, nel periodo lavorativo dell’operaio dal 1978 fino al 2011. Per la procura l’esposizione all’amianto avvenne durante il servizio lavorativo presso Baltur. Ma le difese hanno sempre sostenuto che l’esposizione maggiore determinante per innescare la patologia fu quella all’interno di aziende dove Brugioni lavorò tra il 76 e il 78: Soimi e Riva Mariani, di Ferrara, zona Petrolchimico, chiuse da anni. Una affermazione che ha avuto supporto, tecnico e medico, ieri, dai periti della difesa di Fava: come hanno ribadito in modo netto i professori Francesco Maria Violante e il collega Giuseppe Nano al giudice Sandra Lepore, l’esposizione pre-Baltur ha prodotto una “dose innescante” diventata in quel breve periodo poi “dose cumulativa” di fibre di amianto nei polmoni: dopo essersi sedimentate decine di anni prima, sono responsabili della patologia poiché altre esposizioni all’amianto (quelle di Baltur) sono del tutto ininfluenti essendo già raggiunta in precedenza la dose massima: e poi vi sarebbe la compatibilità del tipo di fibre di amianto trovate a Brugioni e quelle delle produzioni o Soimi e Riva piuttosto che Baltur. Il processo è concluso, 18 febbraio la sentenza. —
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