Domani i funerali dell’ex senatrice Talassi «Donne come lei hanno salvato il Paese»
Ultimo saluto all’87enne ex politica e presidente di associazioni. La testimonianza di Guarnieri della direttrice del museo
IL RICORDO
È ancora profondo il cordoglio per Renata Talassi, l’ex senatrice morta venerdì all’età di 87 anni. Così come è accaduto durante la sua lunga militanza politica e nelle associazioni, in questi giorni sono arrivate le testimonianze di moltissimi partiti e gruppi, a sottolineare il rispetto che ha sempre suscitato Talassi. Domani, alla presenza del figlio Dario e degli altri familiari, alle 9.15 nell’aula del commiato in Certosa sarà dato l’ultimo saluto con i ricordi di alcuni colleghi e amici.
lA CONOSCENZA
Fra i ricordi ecco quello di Antonella Guarnieri, direttrice del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara. «Il nome di Renata Talassi mi era noto da sempre, mio padre Mario, operaio comunista, sindacalista Cgil, parlava spesso di lei e di Carmen Capatti, donne da sempre impegnate senza sosta a lavorare per il bene della città e dei suoi abitanti. La conoscevo di nome e con il passare degli anni la incontrai e la sentii parlare in occasioni pubbliche: sicura di sè, intelligente, vivace, espressiva e bella, molto bella, tanto da apparire quasi altera. Dopo alcuni anni, però, l’Udi di Ferrara mi incaricò di un saggio su alcune amministratrici ferraresi e fra queste c’era Renata: passai alcuni pomeriggi nella sua casa di via Mortara, nella quale entrai un po’ intimidita essendo giovane e abbastanza inesperta. E lì, finalmente, mentre mi raccontava la sua storia, cominciai a conoscerla un po’ di più. Mi specchiai in quella ragazzina, povera economicamente ma ricca di ideali e di esempi, cresciuta in una casa proletaria: erano gli anni della lotta contro la dittatura e dell’immediato secondo dopoguerra, così il padre portava a casa la politica perché, come lei stessa mi disse, “la politica, in casa mia, era come la minestra a mezzogiorno, o il pane”. Cresciuta nella certezza che fare politica fosse l’unico modo per ottenere che la democrazia si rafforzasse e perché i più deboli venissero difesi e ottenessero i diritti che spettavano loro, Renata non temeva alcuna fatica, certa, com’era, che il patrimonio nato durante la lotta di liberazione non andesse sprecato. A 15 anni, forte dei sogni e degli ideali che la sorreggevano, accettò di staccarsi dalla famiglia e intraprendere la scuola di partito a Como, un momento in cui iniziò un percorso di formazione, anche intellettuale, che le avrebbe consentito, in seguito, di affrontar adeguatamente preparata gli scontri che la videro protagonista, prima come sindacalista nella Cgil, quindi come consigliera comunale e assessore del Pci».
le battaglie
«Come non ricordare l’impegno per le problematiche legate al mondo lavoro, a esempio la lotta disperata, che coinvolse un’intera città, per evitare la chiusura del calzaturificio Zenith, fiore all’occhiello dell’industria di qualità ferrarese. Come ha ricordato l’amica Adriana Gambetti, Renata era spesso con le maestranze durante occupazione e assemblee. O, ancora, l’impegno a favore della “concreta” emancipazione femminile, attraverso le battaglie per l’ottenimento dei diritti necessari per entrare nel mondo del lavoro, a esempio per la costruzione di asili che consentissero alle mamme di lasciare in mani sicure e preparate i loro figli durante l’orario di lavoro e, più in generale, l’impegno ininterrotto a favore dei più deboli, i braccianti, gli operai. Ricordo che con un po’ di emozione mi raccontò di quando, nel 1972, dovette decidere di presentarsi alle elezioni: non era sicura di voler compiere quel passo, temeva per la famiglia, ma fu la suocera che la convinse, sottolineando che una decisione del genere spettava a lei e non al marito. Anche da parlamentare ottenne successi di rilievo, come non ricordare l’impegno per riportare Silvia Baraldini in Italia. Del resto, anche in seguito Renata non sprecò un solo istante, diventando prima presidente, poi vice dell’Anpi. Renata, a volte, poteva apparire burbera, una vera ferrarese, donna forte e mai abituata ad abbassare lo sguardo. Si deve a donne come lei la ricostruzione di un Paese distrutto dalla dittatura e dalla guerra. Risollevarono, queste donne e questi uomini, un Paese distrutto e quasi totalmente privo di risorse economiche: non dimenticarle e raccontare la loro storia può esser utile ai nostri giorni. Un modo per trovare il coraggio per reagire alle difficoltà che stiamo affrontando e andare avanti, ma anche un modo per salutare Renata e dirle un “grazie” concreto, come credo le sarebbe piaciuto». —
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