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il ricordo  

«Io poliziotto orfano del figlio ucciso da altri uomini in divisa»

Daniele Predieri
«Io poliziotto orfano del figlio ucciso da altri uomini in divisa»

Lino Aldrovandi dopo 39 anni di servizio in polizia va in pensione, ricorda e riflette «Grazie a chi mi ha aiutato a continuare ad indossarla dopo la morte di Federico» 

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Lo ha sempre detto in questi lunghi, ultimi 15 anni: «Sono orfano di mio figlio». Ora lo ricorda a tutti, nel momento in cui, lui Lino Aldrovandi, papà di Federico, il giovane 18enne morto durante uno scontro con quattro poliziotti nel lontano 2005, va in pensione, dopo 39 anni di servizio con la divisa di poliziotto della Municipale. Non è stato facile vestirla ancora, dopo la morte del figlio Federico: «Per me, orfano forzatamente di un figlio per colpa di altri uomini in divisa, è stato difficile continuare ad indossarla ed arrivare fino in fondo: ma grazie ad altri uomini e donne, miei colleghi di lavoro, in un certo senso ce l’ho fatta».

Un figlio e il lavoro

Con un lungo messaggio sul suo profilo Facebook ricorda. Il suo lavoro, suo figlio.

«Caro Federico, qui avevo 23 anni ed entravo nel mondo del lavoro andando a vestire con orgoglio e passione una divisa in quel di Portomaggiore»: e pubblica la sua foto, quella di un ragazzo ventenne, sguardo severo, cappello d’ordinanza in testa. Ricorda, Lino Aldrovandi. «Era il 1981 di un’estate serena ormai lontana, ma non dimenticata: avevo una meravigliosa fidanzata. Divenne mia sposa, ed insieme cominciammo a costruire il futuro». Una vita fatta di «gioie, speranze, aspettative, quasi che il mondo agli occhi della mia gioventù sembrasse “super”, quasi magico, come nella canzone»: il link della canzone è quella degli Abba, “Super trouper”, tra parole amare e di speranze. Come poi è diventata la sua vita, dal 2005 in poi: «Si non era, così, ora lo so». Ma prima di allora «tutto era meraviglioso, con quei piccoli alti e bassi, come accade in ogni famiglia, con quel calore meraviglioso a scaldare i cuori, che rispondeva al nome di “amore”». Ricorda Lino, poi, i due figli nati, Federico e Stefano che «provammo a crescerli insegnando loro quello che ci avevano insegnato i nostri genitori con quei valori semplici in tutto: amare la vita, essere onesti, ma sopratutto volersi bene». Ricordi privati che diventano pubblici, come ha sempre fatto Lino dopo quel 25 settembre 2005 quando «qualcuno con una divisa addosso, massacrò e soffocò senza una ragione quasi tutti i miei sogni». Ricordi e riflessioni, ancora su Federico, il suo lavoro: «Scelsi un lavoro con una divisa addosso: era il lontano giugno 1981 quando per la prima volta la indossai. Ora quella divisa la tolgo, la ripongo delicatamente, anche quella nello scrigno dei ricordi. Da “ora” sono in pensione». Se è riuscito ad arrivarci, vestendola come servitore dello Stato, lo ammette, lo deve a tanti, colleghi e persone che in questi ultimi 15 anni lo hanno conosciuto e aiutato, con parole e fatti. «Di ognuno di loro, pazienti e sempre fraternamente partecipi nel sorreggermi nel mio dolore logorante e senza fine, mi porterò tante cose belle e preziose, per custodirle gelosamente dentro al cuore». E tra le tante parole, quelle nella lettera di un giovane collega, l’agente A. che gliela scrisse «in quegli anni terribili della mia vita».

Gli scriveva A. ricordandogli quando parlava con orgoglio dei suoi figli: “Mi colpiva il modo in cui tu Lino ti riempivi di soddisfazione perché anche io, pensavo, avrei voluto un giorno parlare così dei miei figli”. Poi, nella lettera, il collega-amico deve, vuole ricordare quel dopo 25 settembre: “Da quel momento ho iniziato a seguire accanto a te un calvario che per quanto io abbia trovato difficile affrontare, non è neanche la milionesima parte di ciò che hai dovuto subire tu”... “La vita per te e la tua famiglia è cambiata terribilmente: Patrizia dice che non si sopravvive alla morte di un figlio, mi sa che ha ragione”.

Lottare per la verità

Ma dopo la morte di Federico, scrive il collega, “avete fatto la cosa più bella del mondo, che forse solo un padre ed una madre sono in grado di fare: avete dimostrato a tutti che si può e si deve lottare per chi si ama. . . avete difeso la verità e la giustizia, su vostro figlio e su tutti noi, perché nessuno è immune da questi eventi ed avete aperto uno squarcio in un sistema malato, dove dovrebbe invece essere sovrana la lealtà e la trasparenza”. Ringrazia, infine, il collega perché “con il vostro gesto avete salvato un po' di ognuno di noi: l’obiettivo era ridare dignità a Federico davanti al mondo, ma soprattutto davanti ad individui che non meritano di indossare una divisa”...“Lo so che Federico non c’è più e che nessuna sentenza non te lo ridarà indietro, ma sono convinto che da lassù ora è consapevole che non poteva avere papà e mamma migliori”. È commosso per tutto questo, ammetteva Lino ieri sera al telefono, ricordando gioie e dolori, e la canzone degli Abba e le sue parole, sembrano scritte per lui e Federico: “Non mi sentirò triste come faccio sempre, perché da qualche parte nella folla ci sarai tu». –

Daniele Predieri

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