Appello per il crac Carife Scontro su bancarotta e interesse parti civili
Al processo d’appello a Bologna per il crac Carife ieri è stata la volta delle difese dell’ex direttore Daniele Forin e dei responsabili civili, tra i quali Deloitte, Caricesena e Valsabbina. Questi ultimi si sono concentrati sulla richiesta dei pm di dichiarare inammissibili le prescrizioni di quasi tutti i reati, al di fuori della bancarotta, intervenuta durante o dopo il processo di primo grado (falso in prospetto, aggiotaggio bancario, sottoscrizione reciproca di azioni, ostacolo alla vigilanza tra gli altri), nell’interesse delle parti civili, cioè gli azionisti danneggiati. I legali hanno sostenuto l’inammissibilità della richiesta da parte della pubblica accusa: poiché solo alcune parti civili hanno impugnato, sarà decisivo l’orientamento della corte sulle richieste dei pm Longhi, Cavallo e Santangelo. Le azioni scambiate sono state comprate e messe a bilancio, hanno poi sostenuto i legali delle banche.
Livia Mazzone e Pierfrancesco Fasano, legali di Forin, condannato a oltre due anni ma per il quale i pm hanno chiesto in appello sei anni, hanno invece contestato come «maquillage giuridico» la riformulazione dell’accusa di bancarotta impropria, dopo l’assoluzione in primo grado per la fraudolenta. Sul falso in prospetto, comunque prescritto, i difensori hanno insistito sul fatto che la Procura non avrebbe sciolto il nodo del mancato scambio d’informazioni tra Consob e Bankitalia: erano gli organi di controllo a dover mettere assieme le informazioni sull’aumento di capitale da 150 milioni di euro del 2011, che già avevano, ma separatamente, questa la loro tesi.
Prossima udienza il 15 febbraio, con le difese dell’ex presidente Sergio Lenzi. Poi repliche e sentenza. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
