L’agricoltura ferrarese “salvata” dai giovani La tecnologia in campo
Dai sistemi di precisione all’evoluzione assistita, ecco le frontiere Manca (Confagricoltura): ma il primo fattore resta quello umano
Altro che “braccia rubate all’agricoltura”. Passione, grinta, fatica, spirito di sacrificio. Ma anche capacità manageriali, competenze tecnico-scientifiche, sensibilità nel captare i cambiamenti e velocità nel metterli in pratica. Essere imprenditori agricoli impone una formazione complessa e un aggiornamento costante. E se il ricambio generazionale è reso sempre più complicato dal costo della terra e dalle difficoltà di accesso al credito, sono proprio i giovani agricoltori sotto i quarant’anni a invertire la rotta del calo demografico delle aziende del settore primario: nel 2019 c’è stata una contrazione del 2,2% rispetto all’anno precedente, si legge nel report del presidente della Camera di Commercio Paolo Govoni, ma solo un’azienda su cinque “morta” nel 2019 era nata dopo il 2010 e tra le 137 nuove imprese, 24 sono gestite da under 35.
Agricoltura e filosofia
«Il fattore più importante resta sempre quello umano», è la premessa di Francesco Manca, presidente dei Giovani di Confagricoltura. Diplomato allo Scientifico Roiti, una laurea in Agraria e una in Filosofia, ha appena intrapreso un programma alla Bocconi «per avere gli strumenti oggi indispensabili per gestire un’attività agricola, e accrescere professionalità e competenze. Io mi sento sempre in cammino».
Manca dirige un’azienda agricola di 400 ettari di colture estensive che il padre ha fatto crescere passo passo a partire dagli anni Sessanta. Prenderne le redini «è stato un passaggio naturale. Terminato il ciclo accademico volevo sporcarmi le mani con qualcosa di pratico, così sono tornato in azienda e ho iniziato a introdurre dei cambiamenti e a investire per migliorare la produzione e la sostenibilità e aumentare il tasso tecnico e di innovazione». Ottenere il massimo limitando al minimo gli sprechi, in un confronto continuo e impegnativo con i cambiamenti climatici. Tutto questo si traduce nell’«agricoltura di precisione georeferenziata, un sistema ad alta componente scientifica che applica il processo produttivo in modo differenziato. Sementi, concimi, irrigazione: tutto concorre a valorizzare il campo, a fornire alla pianta i giusti apporti, né troppo né troppo poco».
Un’altra frontiera si chiama Tea, la tecnologia di evoluzione assistita «ancora frenata da paure irrazionali e disinformazione, perché erroneamente associata agli Ogm». Niente di più sbagliato, sottolinea Manca: «con i vecchi Ogm si agisce su geni di piante diverse, con la Tea la mutazione avviene all’interno di una stessa specie, come succede in natura, anzi migliorando il processo naturale per ottenere piante più produttive e sostenibili». Una sfida stimolante per i ricercatori universitari «ma ancora non c’è il via libera da parte dell’Europa, ma per il nostro settore non bisogna avere un atteggiamento ideologico». Anche perché «il mercato globale pone incognite nuove e pressioni sulle nostre filiere, e non sempre combattiamo ad armi pari, con standard di produzione non unificati».
La chiave è la sperimentazione «e la capacità di mettersi in rete. È importante capire che non ci sei solo tu, nel tuo campo. E che la buona riuscita della tua attività non è legata solo al reddito, ma alla capacità di innovare e anche di rischiare. Il consumatore è sempre più attento, la lotta agli sprechi e il valore della salubrità devono essere la guida dell’agricoltura di oggi. Vorremmo che ci fosse maggiore consapevolezza e conoscenza del nostro settore, spesso danneggiato da una visione distorta e ancorata al passato. I nostri prodotti sono tra i più salubri a livello mondiale, ma resistono ancora grossi pregiudizi legati a un’idea di sfruttamento indiscriminato delle risorse e all’uso di pesticidi. Al contrario la nostra filiera è molto controllata, ha un valore aggiunto che va riconosciuto».
Così come è da mettere in archivio l’immagine «bucolica dell’agricoltura, quando i nostri bisnonni avevano un’aspettativa di vita molto più bassa e la popolazione era la metà di quella attuale. Oggi l’agricoltura deve portare avanti una visione, un progetto imprenditoriale, e andare a braccetto con scienza e tecnologia».
Soprattutto, rifuggire dalle idealizzazioni, perché fare l’agricoltore, ieri come oggi, significa sempre lacrime e sangue: «È faticoso, e difficoltoso», conclude Manca. E pur tenendo accese le speranze del settore, per gli under 40 la strada è comunque in salita. «I dati sono impietosi: le aziende gestite da under 40 sono meno dell’8 per cento». —
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