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Quando coltivare è una vocazione Dall’università agli orti e frutteti

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Al mattino fa soprattutto la mamma, accudisce e porta a scuola le sue bimbe di tre e sei anni; durante la pausa pranzo va a recuperare le verdure fresche e poi si mette dietro al bancone della rivendita aperta nella sua azienda familiare a Vigarano Mainarda, «dove ognuno ha il suo ruolo ben preciso».

Mery Zuppiroli insieme al fratello Marco rappresenta la terza generazione della Società Agricola Zappella, circa 14 ettari suddivisi tra cereali e verdure, a cui più di recente si sono aggiunte le ciliege duroni e l’asparago «perché è un ortaggio tipico del Basso Ferrarese, nessuno lo coltivava qui, e uno dei segreti è diversificare».

Nel Ferrarese come altrove, l’agricoltura “giovane” è quasi sempre un passaggio di testimone tra genitori e figli, quando questi ultimi hanno le energie e la voglia di farlo. Per Mery è stato così. Dopo il diploma agrario ha lavorato per un po’ come perito grandine, poi è stata impiegata in un vivaio nel Bolognese «ma la vita del pendolare non faceva per me, e quando il vivaio è entrato in crisi ho deciso di tornare in azienda e aiutare mio fratello Marco, che ha dieci anni più di me».

Vendita diretta

Tutta la famiglia ha seguito il primogenito nella sua opera di “svecchiamento”, sostenendone gli investimenti per l’acquisto di nuovi impianti. «Mio padre, 72 anni, si “sdoppia” tra Vigarano e Malalbergo, dove ha una seconda azienda - prosegue Mery - e tre anni fa abbiamo intrapreso anche la strada della vendita diretta di frutta e orticole per tutto l’anno, di cui mia mamma cura l’allestimento».

Non solo prodotti freschi, ma anche lavorati: «Abbiamo organizzato un laboratorio di trasformazione autonomo, e facciamo confetture, passate di pomodoro, giardiniere, tutte senza conservanti». Un “business”, quello della vendita diretta, che ha portato anche a una collaborazione stretta con altri agricoltori ferraresi «perché capitava che i clienti chiedessero prodotti che non avevamo qui da noi». Così il riso viene da una collega di Mezzogoro, i peperoni da un’azienda di San Carlo: «Filiera corta, l’orto coltivato come quello di casa, salubrità e inventiva, sono questi gli elementi su cui abbiamo puntato».

Una gavetta cominciata come coadiuvante del papà e proseguita, l’anno scorso, con l’apertura della partita Iva e la gestione di una parte di azienda presa in affitto dallo stesso genitore, a San Martino. In mezzo, il diploma e la laurea in agraria e una borsa di studio di cinque mesi in Cile «dove ho avuto la possibilità di innamorarmi ancora di più di questo lavoro». L’agricoltura, per Filippo Pallara, oggi rappresentante dei Giovani under 30 di Coldiretti, è stata fin da subito una vocazione. Anche se «dopo gli studi ho attraversato un periodo di incertezza, perché l’Università è un ambiente a sé, non è la vita reale. Ho cominciato come coadiuvante, perché volevo capire cosa volevo fare».

Ingegneri in campo

Di una cosa Pallara è certo: i giovani si stanno interessando sempre di più al settore primario, prova ne è il fatto che «nel 2010, quando mi sono iscritto ad Agraria, eravamo in dieci studenti, dopo sei anni è diventata una facoltà a numero chiuso. Un segnale importante, confermato anche dalla pandemia, con la crescita del settore alimentare. Abbiamo cominciato a capire il valore della qualità». Così, nonostante un turn over sempre meno dinamico e bilanci in perdita «i giovani che credono nell’agricoltura sono sempre di più, e provengono anche da ambiti molto diversi. Ci sono ingegneri e architetti, c’è un laureato in bioenergetica che ha aperto un’azienda ittica. È un lavoro che ti chiede molti sacrifici, ma ti dà anche la possibilità di dare sfogo alla creatività, realizzare nuove idee nel momento in cui vengono concepite. Un’azienda oggi per sopravvivere non può fermarsi mai: piantare nuove varietà, avere sempre un frutteto giovane, investire nella tecnologia, innovare in direzione della tutela dell’ambiente, rispettando le regole».

Nell’azienda di San Martino Pallara lavora con il padre e cinque operai, ma ancora una volta la pandemia apre la grande incognita degli stagionali: «Da 15 anni possiamo contare su un gruppo di polacchi e rumeni altamente professionalizzati. Hanno rinunciato a tornare casa per Natale per paura di rimanere bloccati nel loro Paese: né loro né noi ce lo possiamo permettere». —

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