Ortofrutta ferrarese un calo rilevante Bruni: cisgenetica e fondi per risalire
Il quantitivo raccolto è sceso a 900mila tonnellate Il presidente di Cso Italy analizza il mercato e rilancia
Paolo Bruni, presidente di Cso Italy fa il punto del mercato ortifrutticolo, segmento strategico per l’agricoltura ferrarese.
«In questo momento è difficile poter immaginare l’andamento produttivo e di conseguenza commerciale dell’ortofrutta. Si possono però fare considerazioni di carattere, seppur generale, ma che avranno implicazioni nel breve termine».
A livello nazionale il recente andamento delle superfici di ortofrutta denota una quasi stabilità (circa 1,2 milioni di ettari) negli ultimi 5 anni per effetto di compensazione tra le diverse specie.
Il trend produttivo di ortofrutta evidenzia al contrario una diminuzione da circa 24,5 milioni di tonnellate ai 23,6 milioni di tonnellate dell’ultimo triennio, dovuta ad una serie di fattori che hanno reso difficile il raggiungimento di un determinato potenziale produttivo.
Il calo
«Anche in termini produttivi - prosegue Bruni - il comparto frutta è quello che denota il calo maggiore, con un volume di circa 9,4 milioni di tonnellate negli ultimi tre anni, contro i 10 milioni di tonnellate di qualche anno prima. Questo calo ha comportato un netto abbassamento delle performance di raccolta per tutta l’ortofrutta emiliano-romagnola: se la norma è un volume pari a quasi 4 milioni di tonnellate nel 2019 e 2020 il raccolto è oscillato tra i 3,2 e 3,4 milioni di tonnellate. Nell’ambito provinciale ferrarese le superfici di ortofrutta denotano oscillazioni negli ultimi 5 anni tra poco meno di 30.000 e i 31.000 ettari».
Anche il quantitativo raccolto di ortofrutta ferrarese è pertanto sceso attorno alle 900.000 tonnellate, quando in genere si posiziona attorno a 1.1 milioni di tonnellate annue.
«A queste dinamiche - osserva Bruni - concorrono diversi fattori, molte volte congiunturali e che non si possono prevedere finché non accadono, altri più strutturali o almeno ritenuti tali fino a che non si trova una soluzione e che potrebbero impattare anche le produzioni 2021.
Certamente i cambiamenti climatici stanno influenzando e influenzeranno l’offerta futura e con essi bisognerà fare i conti. Negli ultimi anni sempre più spesso a limitare o rendere estremamente difficoltoso il raggiungimento di rese unitarie buone/elevate negli appezzamenti produttivi sono stati proprio i frequenti eventi climatici, come trombe d’aria, inondazioni, gelate, danni da vento forte siccità e temperature elevate durante i mesi estivi. Per alcune colture proprio in Emilia Romagna, i raccolti 2020 sono stati molto penalizzati in alcuni casi azzerati dal gelo della primavera 2020. La produzione di pesche e nettarine si è collocata in Regione su poco oltre 50.000 tonnellate contro le circa 200.000 degli anni precedenti (-80%) e le albicocche con un potenziale di circa 100.000 tonnellate si sono fermate a poco più di 10.000 tonnellate (-90%). Cali importanti sono stati registrati anche per ciliegie e susine».
«Rimangono altresì ulteriori problematiche che tendono ad influenzare negativamente la coltivazione negli ultimi anni. Ci riferiamo ad esempio alla forte pressione della maculatura bruna sul pero, alla progressione della moria sull’actinidia comparsa subito dopo il cancro batterico dell’actinidia (PSA) o alla diffusione dei patogeni alieni, su tutti la cimice asiatica, che ha da alcuni anni un impatto rilevante anche su coltivazioni non solo di ortofrutta. Su queste nuove o più vecchie avversità è al lavoro la ricerca scientifica, con progetti sia pubblici che privati, ma sarà necessario ancora tempo per trasferire in campo le contromisure necessarie a salvaguardare l’offerta produttiva. Possiamo cercare di invertire la tendenza investendo in ricerca con l’obiettivo di aumentare le rese per ettaro coltivato. Poi ci sono da fare gli investimenti nei bacini per la raccolta di acqua piovana per poter avere disponibilità d’acqua nei momenti di siccità».
La cisgenetica
«C’è poi la nuova frontiera della cisgenetica - afferma - con la quale possiamo tutelare la biodiversità che è la nostra vera forza distintiva oltre ad aumentare la resistenza delle produzioni a malattie e siccità. La cisgenetica non c’entra nulla con gli OGM ma è un processo che lavora sul trasferimento dei geni tra le specie vegetali strettamente imparentate che già si possono ibridare in natura. La cisgenetica non fa altro che accelerare questo processo naturale per migliorare la specie. Ma ovviamente queste innovazioni richiedono investimenti economici importanti. Per questo non c’è tempo da perdere ed i fondi del Recovery Plan saranno decisivi anche per l’agricoltura».—
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