Ferrara, la vedova Antonioni: «Massari non è adatto. Alla Marfisa si respira l’anima di Michelangelo»
Il patrimonio inesposto, corso Giovecca e la contrarietà al polo. Enrica Fico: «Ferrara è la casa di Michelangelo, ma manca di volontà»
FERRARA. Per Enrica Fico Antonioni, vedova del regista ferrarese, Palazzo Massari non è la sede giusta per il museo a lui dedicato. «È un edificio che non ha nulla a che fare con lui, manca la luce e un per un regista la luce è tutto. Non mi piace l’idea di un polo museale, Michelangelo finirebbe relegato in un angolo e non è quello che avrebbe voluto. Non mi interessa, e non interessava nemmeno a lui, un luogo statico fatto solo di materiali esposti. Lui – sottolinea – voleva uno spazio vivo, suggestivo, in cui condurre incontri e lezioni di cinema; un luogo in cui si respirasse la creatività». La vedova, e prima compagna di vita di Antonioni per decenni (si conobbero nel 1972, poco dopo Zabriskie Point), stronca l’ipotesi di un museo nelle stanze dello storico palazzo di corso Porta Mare, oggi in fase di restauro. A lei quella sede non è mai piaciuta.
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E' SUBITO BLOW UP
«Al contrario – dice – Palazzina Marfisa d’Este mi ha fatto battere il cuore. In quelle stanze e in quel parco si respira l’anima di Michelangelo. Accanto c’è il circolo del tennis, senti i colpi delle racchette ed è subito Blow Up». L’idea di questo spazio come sede del museo era venuta a Enrica Fico a dicembre 2019, in occasione dell’inaugurazione dell’archivio digitale. Quel giorno insieme a Vittorio Sgarbi e all’assessore Marco Gulinelli, aveva effettuato una serie di sopralluoghi per individuare spazi alternativi a Palazzo Massari. «Me ne sono innamorata e anche Massimo Alvisi (architetto assistente di Renzo Piano, ndr) che era con me, ha avuto la stessa sensazione di avversità nei confronti del Massari. Io e lui ci capiamo molto bene perché – spiega – conosce Michelangelo, le sue opere, e mi piacerebbe che fosse lui a curare l’allestimento del museo». La Marfisa però avrebbe bisogno di importanti interventi di restauro e questo allungherebbe ulteriormente i già lunghissimi tempi di realizzazione. «Ora come ora stiamo pensando ad una mostra temporanea su Antonioni alla Marfisa. L’archivio è pronto e sotto controllo ma prima di valutare qualcosa di stabile in quel contesto – conferma Gulinelli – dobbiamo capire tempi e costi del restauro». Insomma, una direzione veramente chiara e segnata ancora non c’è.
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POCA DETERMINAZIONE
«Come mi fanno sentire queste lungaggini? Non bene. Sono venticinque anni che aspettiamo uno spazio adeguato per Michelangelo e ancora non si capisce se e quando arriverà. Per Ferrara - racconta - sarebbe bellissimo, tutti verrebbero a visitare la sua casa, perché questo era per Michelangelo Ferrara: la sua casa». Guardandosi indietro Enrica Fico, ripensando a tutti gli anni passati, alla prima sede (corso Ercole I d’Este, 17), alla sua chiusura, alla mostra a Palazzo dei Diamanti e ai progetti più o meno ventilati negli anni dalle amministrazioni che si sono susseguite, vede una mancanza di determinazione diffusa. «Per la scena finale di Professione: Reporter, Michelangelo aveva in mente qualcosa di unico. Qualcosa che non era mai stato fatto prima e infatti - racconta - non esisteva un’attrezzatura capace di realizzare quello che lui aveva in testa, sa cos’ha fatto? L’ha fatta costruire. Ha voluto che venisse creata e così è stato possibile girare la scena. Oltre all’intuito geniale - sottolinea - è stata la volontà, la forza d’intenzione a fare la differenza. Quella stessa caratteristica che è mancata in questi anni alle amministrazioni che hanno guidato la città».
STANZE BUIE
Ma perché allora, anche alla luce della posizione della vedova, sono dieci anni che si parla di Massari come sede ideale? Enrica Fico non sa rispondere. «Non mi hanno interpellata. So solo che quel posto non mi piace e non ci verrò. A cosa serve esporre foto, scritti, cartoline e locandine se poi non si può dare vita ai materiali? Pensare che a Massari non ci sarebbe nemmeno posto per una sala proiezioni, non dico un cinema ma una sala da cinquanta o settanta posti, mi mette tristezza». E la vedova conclude: «Qui a casa ho ancora tanto materiale che vorrei dare alla città: foto, dipinti, bozzetti, appunti; non so più dove tenere le cose. Mi piacerebbe portarli a Ferrara ma so che resterebbe tutto, ancora una volta, dentro scatoloni in stanze buie. Che senso avrebbe?». —
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