La Nuova Ferrara

Ferrara

Un museo dal valore universale in cui Ferrara non crede

Vittorio Brina Rubini

Ritardi e slittamenti: per un cambio di rotta servono progetti concreti A quindici anni dalla chiusura dello spazio nulla si è mosso 

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L’INTERVENTO

Quindici anni sono lunghi, e succedono molte cose. Oppure no, a volte succede niente. Quindici sono gli anni passati dalla chiusura del museo dedicato a Michelangelo Antonioni, e niente è quello che è successo da allora in merito alla sua riapertura. È lecito chiedersi quindi se questo tema sia mai stato seriamente sull’agenda delle giunte comunali che si sono susseguite. Le motivazioni non sono mai mancate dopo ogni slittamento. Ma crisi, ricerca di una sede, terremoto (dopo anni) e ora il Covid sembrano giustificazioni per qualcosa che fatica a procedere, e forse coprono inghippi di altra natura, sconosciuti ai più. E si inizia a dubitare che ci sia davvero un progetto in corso. Al di là di nomi, di possibili spazi e di “anni buoni” per iniziare, pochissime parole sono invece spese sulla scelta di esposizioni, percorsi, allestimenti, proposte. Né si parla di curatori e possibili prospettive. Se il Covid blocca i luoghi, perché l’impianto concettuale non prosegue? Un vero piano sembra non esserci, o se c’è, non viene raccontato. Sì spera che l’organizzazione saprà cogliere questa occasione di creare valore. Di rendere la città il centro di qualcosa che esclusivamente a Ferrara può essere concepita. Non solo per i natali dell’artista, ma perché di questa città la sua opera è pregna, e questo da nessun’altra parte può essere replicato. Si spera che non sarà pensato come un museo standard, fatto perché non si può non fare. Per l’obbligo civico e politico di commemorare cittadini illustri. Uno spirito, quest’ultimo, che sembra guidare verso un polo museale unico che raccolga un misto di Antonioni, Boldini, De Pisis e altra arte. Come se ognuno di questi personaggi straordinari, studiati in tutto il mondo, non avesse di per sé abbastanza rilievo per proposte espositive dedicate e approfondite, soprattutto in quest’epoca di ripensamento internazionale del concetto di museo, tra tecnologia, esperienza del visitatore, museo diffuso e legame con la città, accessibilità delle opere, e altro (si pensi al museo internazionale Federico Fellini a Rimini).

Quindi il motivo di questa storia infinita è forse che chi di dovere non ha mai visto questo museo come un potenziale asset in grado di portare valore e risalto alla città. Altrimenti sarebbe stata posta un’altra urgenza, risolti i problemi, trovata una sede, presentati progetti innovativi. Forse si è pensato al museo Antonioni più come un monumento in manutenzione, di cui curarsi, con calma, ai margini di altre attività. —

Vittorio Brina Rubini

(cinefilo esperto di Antonioni)

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