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Emergenza coronavirus a Ferrara

«Senza palestre personale in cassa bilanci in perdita e meno salute»

«Senza palestre personale in cassa bilanci in perdita e meno salute»

Pancaldi (climbing): per noi mancati ricavi per 300mila euro Tumiati (ginnastica medica): rischiamo di dover chiudere 

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Perdite ingenti, personale a casa e in cassa integrazione, clienti costretti a rinunciare all’attività fisica. Attività chiuse da mesi a seguito dell’emergenza Covid e delle conseguenti restrizioni, dal lockdown in poi. È questa la situazione in cui versa un settore normalmente molto vitale come quello delle palestre e dei centri sportivi: lo dimostrano le testimonianze di titolari e operatori, soci della Cna di Ferrara

«Pensi un po’, dovevamo aprire a marzo 2020 – dice con ironia Eva Pancaldi, vicepresidente dell’associazione sportiva Deva Wall di Ferrara – in realtà, tra lockdown e restrizioni, siamo riusciti a inaugurare solo il 16 settembre, e poi siamo stati costretti a chiudere nuovamente il 24 ottobre».

Scalare a distanza

La palestra su cui Eva ha investito con i propri soci è specializzata in arrampicata sportiva: mille metri quadri che potrebbero ospitare 60-70 sportivi contemporaneamente, impegnati sulle pareti costruite apposta per il climbing. Invece niente: mesi di chiusura forzata e una stima dei mancati guadagni che si aggira sui 300mila euro, e i cinque istruttori che non hanno ancora ricevuto dallo Stato il promesso bonus per i collaboratori sportivi.

«Sa qual è il paradosso? – spiega – In questa disciplina le mani sono costantemente disinfettate e tra un arrampicatore e l’altro ci sono sempre almeno quattro metri di distanza. Insomma: le regole che oggi vengono impiegate contro il virus nell’arrampicata sono in vigore da sempre».

Nessuno contesta l’importanza delle misure contro la diffusione del virus: ma bisogna pure prendere atto degli effetti collaterali che producono, e che non si limitano alla sola sfera economica. «Ci viene spiegato che il movimento è un farmaco – dice Maurizio Vandelli, titolare insieme alla moglie di “La Palestra”, in Rampari di San Paolo – ed è vero. Ma se le strutture dove si fa movimento sotto controllo e con persone esperte sono tutte chiuse, questo farmaco dove lo si va a prendere?». La palestra di Maurizio Vandelli svolge molta della propria attività nel campo del recupero funzionale: questo ha permesso da poco una riapertura molto parziale, limitata a gruppi di non più di quattro utenti, pazienti con prescrizione medica. «Così ho potuto richiamare dalla cassa integrazione due dei miei tre dipendenti. Ma la perdita resta: in tempi normali avrei 150 soci frequentanti, adesso ne ho sì e no una dozzina. Significa un calo del reddito aziendale del 70-80%».

L’attività fisica che si svolge nei centri sportivi e nelle palestre, d’altra parte, oltre che un farmaco può essere un potente aiuto psicologico. È socializzazione, rapporto umano.

«Per questo più d’uno tra i miei clienti mi chiama in preda a crisi depressive perché abbiamo dovuto interrompere l’attività – spiega Rita Tumiati, che insieme al figlio Federico Leoni, il titolare, gestisce la palestra Bio Ritmo di via Caldirolo». Una struttura per la ginnastica medica, le ginnastiche dolci, posturali, la ginnastica respiratoria, che è in stand by da mesi. «Abbiamo riaperto a settembre – spiega – dopo aver investito alcune migliaia di euro in opere di adeguamento ai protocolli di sicurezza. Poi di nuovo la chiusura dal 23 ottobre. Abbiamo diversi collaboratori, una decina: ma se continua così saremo costretti a chiudere».

«La chiusura incondizionata di palestre, piscine e centri sportivi non può andare avanti a oltranza – conclude Silvia Merli, responsabile di Cna Benessere e Sanità – Produce danni economici ma anche sociali: adulti e bambini soffrono della mancanza di attività fisica e questo ha contraccolpi sulla salute psicologica. Eppure queste strutture sono perfettamente in grado di applicare i protocolli di sicurezza e hanno investito per farlo. È tempo di dar loro fiducia». —

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