Il professor De Bonis «Ordinario a 41 anni Le eccellenze sono anche al Sant’Anna»
Intervista allo specialista in neurochirurgia mininvasiva «Nuovi trattamenti, con la ricerca si userà meno il bisturi»
Professor Pasquale De Bonis, lei ha ricevuto il titolo di professore ordinario a 41 anni. Per molti ricercatori questo traguardo resta una chimera per tutta la vita. Che suggerimento può dare a chi crede nella ricerca e vorrebbe fare carriera in Italia, dovendosi spesso confrontare però con una situazione di precariato?
«Per diventare professore universitario occorre una abilitazione nazionale basata sul possesso di requisiti assolutamente oggettivi: produzione scientifica ampia e riconoscimenti internazionali. Io li avevo dal 2013. Occorre mettersi in gioco, essere disposti a spostarsi, sacrificarsi, collaborare a livello nazionale ed internazionale».
Cosa risponde a chi dice che un “cervello” eccellente italiano per vedere riconoscere veramente i suoi meriti debba andare a lavorare all’estero?
«Se il “riconoscimento” è inteso sul piano meramente economico è vero: c’è un divario enorme con l’Italia. Sul piano lavorativo, no. In molti Paesi esteri i laureati italiani sono richiestissimi e riescono ad ottenere posti apicali in tempi relativamente brevi, ma è anche vero che è molto più facile rimanere a piedi. In Usa ad esempio i neurochirurghi non ambiscono a lavorare nell’università, perché nel privato guadagnano molto di più».
Ferrara per molti anni ha avuto una buona scuola di chirurgia, da Donini a Liboni. Le eccellenze non mancano neanche oggi, da anni però il sistema sanitario ferrarese si trova nella necessità di rincorrere i pazienti che si rivolgono con troppa frequenza fuori provincia anche per farsi operare. Perché si è creata questa situazione?
«Io sono a Ferrara da 7 anni e posso parlare solo per questo periodo. Noto con rammarico che c’è una tendenza a sminuire Cona, una struttura invece di grande avanguardia con professionisti eccellenti. Basta sentire il parere dei pazienti provenienti da tutta Italia, spesso riportati, e dei colleghi extra-regione. Detto questo, interrogarsi sulle “migrazioni” è giusto, ma per migliorarsi. Io respiro molta fiducia verso la nostra sanità e credo ci sia una inversione di tendenza. Lo vedo ogni giorno qui, in Neurochirurgia. Abbiamo tantissimi pazienti, e sono sempre più, che vengono anche da fuori regione, principalmente, ma non solo, da Veneto, Sicilia, Toscana e ultimamente dalla Puglia. Il punto è che a Cona lavorano nomi eccellenti e molti top italian scientists: dobbiamo cominciare a dirlo».
Veniamo al suo campo di studi scientifici e di attività in ospedale. Quali sono gli interventi più frequenti che eseguite in reparto?
«Metà dei nostri interventi sono di chirurgia cranica (tumori cerebrali prevalentemente) e metà di chirurgia spinale, sia programmabili che in urgenza. La gran parte è classificata ad “alta complessità”. Grazie al connubio con Unife e alle numerose collaborazioni internazionali, portiamo avanti diversi filoni di ricerca, tutti con risvolti pratici, principalmente riguardanti tumori cerebrali, tecniche mininvasive e rigenerazione della colonna».
Qual è l’intervento più complicato che ricorda di avere eseguito?
«In realtà sono diversi. Recentemente, grazie all’aiuto dei neurofisiologi e dei neuroradiologi, ho operato un paziente con un tumore benigno alla colonna che negli anni era diventato enorme, schiacciando diversi nervi e riempiendo interamente una vertebra. Ho dovuto, con tecniche mininvasive, sottoporlo a tre interventi in una seduta per rimuoverlo tutto. Il giorno dopo il paziente era in piedi».
Quanto si è fatto sentire il lockdown del 2020 in sala operatoria?
«Il numero dei pazienti operati per patologia cerebrale, soprattutto tumori, è rimasto costante, pari a circa 300; per patologia spinale non procrastinabile (per rischio di danno neurologico o tumori) è rimasto a circa 150. Abbiamo dovuto ridurre quindi gli interventi meno urgenti, che sono passati da 300 nel 2019 a poco oltre 150 nel 2020. Il periodo più difficile è stato l’inizio. Col tempo ci si abitua quasi, ma l’auspicio è tornare presto alla normalità. Fa stare male anche noi il fatto che i ricoverati non abbiano il conforto dei parenti».
Come vengono operati i pazienti positivi al virus?
«L’azienda ha aperto una sala operatoria speciale dedicata ai pazienti Covid. Purtroppo essere positivi aumenta in maniera drastica la mortalità operatoria, per cui operiamo solamente i pazienti con patologie gravissime, facendo un bilancio di rischi e benefici».
Quali nuovi obiettivi ha raggiunto la Neurochirurgia negli ultimi anni e quali sono i prossimi traguardi che ritiene più accessibili nell’assistenza clinica e nella ricerca?
«In Neurochirurgia la ricerca è fondamentale per arrivare ad operare sempre meno. Le faccio alcuni esempi. Piuttosto che “bloccare le schiene” con viti ed operare ernie, utilizziamo oggi metodiche mininvasive, e presto arriveremo a rigenerare e ringiovanire ossa e dischi (in Unife il gruppo della professoressa Piva è molto all’avanguardia in questo settore). Per le malformazioni vascolari, ora si usano quasi solo trattamenti endovascolari o radianti. Per quanto riguarda i tumori: operiamo pazienti giudicati fino a poco fa inoperabili, ma il futuro prossimo è nel creare farmaci che possano eliminarli senza chirurgia».
Lei è un esperto di Neurochirurgia mininvasiva, cosa si può fare oggi in questo tipo di interventi che non si poteva fare 10 o 15 anni fa?
«Nel nostro centro abbiamo apportato innovazioni in Neurochirurgia riconosciute e premiate a livello internazionale. La chirurgia a paziente sveglio, in cui siamo fra i centri leader grazie al professor Cavallo, permette di preservare diverse funzioni cerebrali fino a poco fa a rischio. Con le nuove tecnologie ed i nuovi approcci, applicati sia al cranio che alla colonna, alcuni inventati proprio da noi, si possono ora raggiungere aree “nascoste” in maniera mininvasiva, spesso evitando l’uso di protesi, con recupero molto più rapido e rischio molto più basso». —
Gioele Caccia
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