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Monoclonali e botulino Cure innovative per le cefalee

Alessandra Mura
Monoclonali e botulino Cure innovative per le cefalee

Una patologia altamente invalidante che colpisce cinquantamila ferraresi A San Rocco sta per nascere un centro mirato con un gruppo multidisciplinare

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L’organizzazione mondiale della sanità la considera una delle patologie neurologiche più invalidanti per le persone sotto i cinquant’anni, ancor più della sclerosi multipla, del parkinson o dell’alzheimer. Dal luglio scorso la cefalea è stata inserita tra le malattie sociali, per il grave impatto in termini di giornate lavorative perse e di limitazioni nelle relazioni interpersonali.

50mila pazienti

Sono poco meno di cinquantamila i ferraresi che ne soffrono, di cui diecimila sono pazienti ad alta frequenza o cronici. Sempre a Ferrara da vent’anni è attivo presso la Neurologia ospedaliera un ambulatorio dedicato ai pazienti “difficili”, che lavora in rete con gli altri neurologi del territorio secondo le linee di indirizzo regionali del 2013; linee che ora dovranno essere aggiornate a fronte di importanti novità sia terapeutiche che organizzative, come spiegano Valeria Tugnoli, direttrice dell’Unità operativa complessa di Neurologia dell’ospedale Sant’Anna, e Elisa Sancisi, medico neurologo Asl. Il 12 gennaio la Regione Emilia Romagna ha autorizzato l’attivazione, alla Cittadella San Rocco di corso Giovecca, di un ambulatorio dedicato alle cefalee, un ulteriore tassello della rete dei servizi territoriali per la presa in carico ambulatoriale di questa patologia silente ma devastante, e un passo in avanti in direzione di un vero e proprio Percorso diagnostico territoriale assistenziale (Pdta).

«Stiamo formando un gruppo multidisciplinare composto da medici di medicina generale, neurologi e altri specialisti impegnati nella diagnosi e cura delle cefalee - spiegano Tugnoli e Sancisi - Il centro di prossima attivazione nasce infatti da una premessa: l’Unione europea ha stabilito che la maggior parte di questi pazienti deve essere gestita a livello territoriale, già a partire dai medici di base e con il supporto dei neurologi».

Un approccio trasversale quanto mai opportuno, se si pensa che molto spesso ci vogliono sette anni prima che un paziente che soffre di cefalee arrivi alla giusta diagnosi, e più della metà solo dopo aver consultato diversi specialisti. Esistono infatti più di 300 tipi di cefalee, distinte in primarie e secondarie. Le prime sono la malattia in sé, il “mal di testa”, che può manifestarsi più frequentemente in forma tensiva, di emicrania o a grappolo. Non sono rare, nell’emicrania, anche manifestazioni collaterale, come nausea e vomito, al punto che ci sono pazienti che inizialmente si rivolgono a un gastroenterologo. Le cefalee secondarie invece son o spia e sintomo di un’altra patologie (meningiti, neoplasie, emorragie cerebrali).

Stress, cattivo riposo, fattori ormonali, alimentazione sbagliata (controindicati alcol, cioccolata, formaggi stagionati, glutammato), sono tutti elementi scatenanti della cefalea, un disturbo complesso per il quale servono approcci terapeutici diversificati, spiegano ancora le specialiste.

C’è la terapia dell’attacco, che prevede l’assunzione di farmaci (non specifici come gli antinfiammatori o mirati come i triptani) al primo insorgere del mal di testa. «Durante le visite è molto importante - sottolinea Sancisi - che al paziente vengano fornite tutte le indicazioni utili per una strategia “di salvataggio”, per poter gestire le crisi». Esiste poi la terapia preventiva di prima scelta per quei pazienti colpiti dal mal di testa per più di quattro giorni al mese per tre mesi consecutivi o per coloro che accusano meno di quattro episodi mensili, ma molto invalidanti. In questi casi la terapia può essere sia farmacologica (betabloccanti, calcioantagonisti, antiepilettici, antidepressivi) o non farmacologica (tecniche di rilassamento, agopuntura, sedute di autoaiuto come quelle di Al.ce, il gruppo operativo della Fondazione Cirna coordinato da Lara Merighi).

nuove frontiere

Ma per quei pazienti resistenti all’approccio preventivo, o con un’alta frequenza di episodi (8-10 giorni al mese) la nuova frontiera è rappresentata dagli anticorpi monoclonali, inseriti da settembre nel prontuario regionale e diventati “familiari” nell’ambito dell’emergenza Covid. Somministrati sottocute una volta al mese, gli anticorpi monoclonali sono in grado di dimezzare la frequenza degli attacchi, e dunque anche i giorni lavorativi persi, le rinunce sociali, i farmaci antidolorifici assunti. Un’altra importante possibilità è la tossina botulinica che, iniettata ogni tre mesi nei muscoli pericranici, riduce del 50 per cento gli attacchi all’80 per cento dei pazienti. Pazienti che nei casi più gravi finiscono per essere così prigionieri della malattia da sviluppare una cefaleafobia, la paura dell’arrivo di un attacco che può essere più paralizzante dell’attacco stesso. —

Alessandra Mura

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