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Maxi truffa ai Centri di accoglienza I soldi dei migranti in tasca ai gestori

Daniele Predieri
Maxi truffa ai Centri di accoglienza I soldi dei migranti in tasca ai gestori

Chiusa l’inchiesta: indagati tre vertici della coop Vivere qui. Accusati anche viceprefetto e dirigente Asp per mancati controlli 

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Daniele Predieri

Controllati e controllori, insieme, sono accusati di aver gestito in modo truffaldino centri accoglienza migranti: i primi con interessi personali intascando 400 mila euro di fondi pubblici destinati a cinque strutture di cui sono titolari, i secondi, un funzionario della Prefettura e un dirigente Asp, per non aver svolto controlli, aver chiuso un occhio senza prendere provvedimenti di fronte a palesi irregolarità. L’indagine è chiusa, dopo oltre due anni di accertamenti di procura e Guardia di finanza, e ha portato gli inquirenti a notificare gli atti di fine indagine a cinque persone, i tre titolari dei cinque Cas (centri accoglienza straordinaria) della coop “Vivere qui” e i due funzionari pubblici.

Marito e moglie

Le accuse vengono mosse al presidente e al vice della coop “Vivere qui”, Thomas Atongni e la moglie Natalie Djoum, e ad Eva Lombardelli, amministratrice di fatto anche lei della coop come consigliere: per tutti e tre truffa aggravata ai danni dello Stato, falsità ideologica e materiale e frode. Al vice prefetto Vincenzo Martorano, dirigente della prefettura per il settore immigrazione e a Valentina Marzola, coordinatrice accoglienza migranti per il Centro servizi persona dell’Asp, vengono contestati i reati di abuso d’ufficio per aver, con l’omissione dei controlli, avvantaggiato ai fini patrimoniali la coop “Vivere qui”. Tutta l’indagine, in corso dal dicembre 2018, ruota attorno ai fondi che il Ministero destinava ai Centri di accoglienza straordinari: era il periodo degli sbarchi, del più grande afflusso di migranti in Italia, che una volta sbarcati sulle coste siciliane venivano distribuiti lungo lo stivale, provincia per provincia. La gestione di questa accoglienza era coordinata dalla Prefettura e delegata all’Asp di Ferrara che smistava i migranti nei vari Cas del Ferrarese.

27 euro e 49 centesimi

Il prezzo a migrante era di 27 euro e 49 centesimi, da qui il nome dell’indagine “Ventisette e cinque”: attribuzione di fondi che ha messo in luce – spiegano gli inquirenti – meccanismi truffaldini da parte dei tre titolari della coop Vivere qui che gestiva i 5 Cas tra Poggio Renatico e Vigarano Mainarda. Secondo Fiamme gialle e procura il raggiro è consistito nel non avere stornato dalla contabilità delle varie coop, spese private e personali, prelievi di soldi per pagare viaggi, personal computer, televisori, ristoranti e capi di abbigliamento di prestigiosi marchi.

Dal novembre 2017 al settembre 2018, i tre hanno distratto – secondo l’accusa – oltre 400 mila euro di fondi pubblici destinati ai progetti. Violando, di fatto, le norme previste nella “convenzione di prima accoglienza dei cittadini stranieri presenti temporaneamente sul territorio di Ferrara richiedenti la protezione internazionale”, sottoscritta nel 2017 tra Prefettura e Asp Ferrara. Con i soldi assegnati, i vari Cas della coop Vivere qui avrebbero dovuto garantire non solo vitto e alloggio ai migranti, anche condizioni di vivibilità delle strutture: invece.

Topi e scarafaggi

Invece, secondo i capi d’accusa, all’interno dei 5 Cas della coop c’erano gravissime carenze igienico-sanitarie (presenza di topi e scarafaggi, contaminazione di alimenti), mancanza di cibo e vestiti, niente lenzuola nei letti, presidi medici e di sicurezza assenti. Da qui la contestazione ai tre vertici di coop Vivere qui di “inadempimento di contratti di pubbliche forniture”, una frode agli obblighi con la Pubblica amministrazione, perché non garantiti i requisiti dei contratti di fornitura e soprattutto facendo mancare ai migranti livelli di assistenza previsti dalla “convenzione”.

Presenze truccate

E quando i conti non tornavano, venivano anche truccate le carte: le “presenze” dei migranti nelle strutture poiché nei registri erano riportate false assenze e presenze, con l’obiettivo di ottenere i fondi (quei 27. 50 euro al giorno) che non spettava loro, raggirando così l’Asp con fatture non vere. Asp che ora, viene sottolineato, potrebbe nelle vari fasi del processo costituirsi parte civile così come la stessa prefettura per la tranche d’inchiesta che riguarda i “controllori”.

Il vice prefetto Martorano e la dirigente Asp, Marzola (in realtà era una lavoratrice interinale, che oggi non lavora più nell’azienda pubblica) debbono rispondere di abuso d’ufficio. Perché, di fatto, erano loro a dovere controllare l’operato dei vari Cas, eseguire sopralluoghi nelle strutture per fotografare la realtà, mentre invece i controlli erano “pilotati”.

Violati i principi

Per procura e finanza, Martorano e la Marzola hanno violato, come funzionari pubblici, i principi del “buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione”. Come? Non solo non controllavano la regolare procedura delle spese procapite, ma come emerso nelle indagini, il modus operandi dei controlli era di preavvisare i titolari dei Centri: «Veniamo domani, mettete a posto così, fate questo o fate quello», la sintesi delle intercettazioni. Anche se avvocati di controllati e controllori hanno sempre eccepito che questo fosse l’unico modo per operare: trovare in casa i responsabili e coordinare la commissione che si recava sul posto (rappresentanti di prefettura, Asp, vigili del fuoco, Asl).

Nessun provvedimento

Non solo questo, entrambi i funzionari avevano dato anche indicazioni su come modificare, in modo fraudolento, i registri di presenza dei Cas; suggerivano come compilare richieste di permesso di allontanamento temporaneo non vero. E ancora più grave, di fronte a tutto questo, non si sono attivati per revocare le convenzioni. E ne risponderanno nei processi, dove queste accuse dovranno essere dimostrate. È già pronto a contrastarle il difensore di Martorano, l’avvocato Fabio Anselmo: «Già durante le indagini e per le richieste cautelari i giudici avevano espresso riserve sulla fondatezza delle accuse a carico del mio assistito». «Ho massimo rispetto – chiude – per chi ci accusa e auspico un processo in tempi rapidi, perché convinto emergerà l’assoluta innocenza del mio assistito». –

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