L’Emilia-Romagna torna arancione Ira ristoratori: «Così ci uccidono»
Musacci (Fipe) parla di «rabbia e smarrimento». Bonaccini: basta saliscendi, restrizioni omogenee
Marcello Pulidori
Purtroppo anche questa volta le Cassandre hanno avuto ragione. Gialla da inizio mese, l’Emilia-Romagna da domani tornerà arancione.
Dopo tre settimane. Nessuna sorpresa, diciamo la verità, tra gli amministratori locali, primo tra tutti il governatore Stefano Bonaccini che già prima dell’ufficialità esprimeva perplessità sul sistema di classificazione («forse vale la pena una restrizione omogenea di qualche settimana, mi chiedo se questi saliscendi non abbiano pecche alla luce delle varianti»). Con il timore di una nuova crescita dei contagi su tutto il territorio, il ministro della salute Roberto Speranza, ieri pomeriggio, ha ascoltato i tecnici della ormai famosa “cabina di regia”. Con l’Emilia-Romagna cambiano colore anche Campania e Molise. Non solo niente pranzi e cene fuori casa, ma anche divieto di spostarsi da un Comune all’altro.
Da Bologna a tutta la regione, in particolare tra i gestori di ristoranti e bar (che da domani, e almeno per un paio di settimane, saranno chiusi. Si potrà fare asporto fino alle 22 e consegne a domicilio 24 ore su 24), l’umore è nero. Nerissimo. Indice, anche, di una debolezza che non c’è soltanto sul fronte sanitario, ma che si riversa in particolar modo su quello economico.
L’Italia maculata, insomma, arranca. A Ferrara ci sono ristoratori che minacciano la chiusura definitiva. Per sempre. Forse mai si era arrivati in tempi moderni a drammi di questa portata. Siamo sul fondo del barile, urlano ristoratori e baristi. Se dal ristorante “La Racchetta” di via Vaspergolo a Ferrara arrivano voci rassegnate («la spesa l’abbiamo già fatta, a cosa serve manifestare») così come da altri ristoranti, ad andarci duro per l’ennesima volta è Matteo Musacci, presidente provinciale della Fipe, la federazione dei pubblici esercizi, nonché vice-presidente nazionale della stessa federazione e lui stesso ristoratore: «Compro non compro? Siamo al collasso. È uno stillicidio, se vogliono farci morire, questa è la strada giusta. Ristoranti e bar – prosegue Musacci – sono stati chiusi dal 20 dicembre al 31 gennaio; hanno riaperto l 1 febbraio e richiuderanno domani 21 febbraio. A conti fatti: su 70 giorni disponibili, ne abbiamo lavorato 20. Dite voi se si può andare avanti così. C’è smarrimento, c’è rabbia – dice ancora Musacci – evidentemente i nostri politici non considerano i ristoranti un settore essenziale».
C’è anche chi si è già organizzato. Così, con lo slogan «Adesso basta», rappresentanti dell’intera filiera della ristorazione saranno in Piazza Maggiore a Bologna, questa sera, per una fiaccolata di protesta. Gli organizzatori lamentano la «mancanza di pianificazione delle regole» e chiedono di poter accendere i fornelli anche a cena, al di là della colorazione gialla o arancione. La manifestazione è stata organizzata dal «Comitato Tutela Ristoranti Bologna» che dopo aver combattuto ordinanze e Dpcm in punta di diritto (con un ricorso presentato al Tar del Lazio in attesa di risposta) ora sceglie la piazza.
L’ennesima mazzata, per un settore, quello della ristorazione, che non vede una via di uscita. —
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