Essere donne nella sanità estense «Un anno vissuto intensamente»
Testimonianze che richiamano la necessità di saper coniugare vita lavorativa e vita famigliare C’è chi si è inventata la navetta per i neomedici senz’auto e chi smaltiva a mano gli inventari
Le storie
Adempimenti a gogo con l’obbligo di essere sempre fantasiose, mettendo in campo soluzioni organizzative non consuete sul lavoro e, a casa, inventando attività disparate per i figli più piccoli. Spesso dibattute “fra il senso di responsabilità e la consapevolezza di togliere tempo alla famiglia” , e consapevoli di cosa significhi essere donne, «tenacia e ancora qualche rompicapo in più».
In occasione della Festa della donna, le dirigenti di alcuni settori dell’Asl raccontano così il loro anno di Covid. A tirare le fila dell’andamento economico dell’azienda, facendo da trait d’union fra Asl e livelli istituzionali, è la dirigente amministrativa Erika Grandi che, tra adempimenti sempre più straordinari e una bambina di tre anni, ha ricercato un «equilibrio fra la vita privata e professionale: da un lato siamo diventati bravissimi a fare biscotti e lavoretti, dall’altro la rendicontazione dei costi». E ci vuole professionalità, anche per «aggredire certi retaggi del passato: come donne è innegabile che esistono condizioni che ci trasciniamo dal passato. Bisogna mettere una marcia in più e la grande sfida è guardare oltre e avere esempi positivi da seguire, anche per mia figlia che spero un giorno prenda in mano il mio testimone».
Ha invece passato molti weekend al telefono nel tentativo di reclutare infermieri Marika Colombi, della direzione infermieristica e tecnica dell’Asl: «La cosa più complessa – svela – è stata mettere in campo nuove soluzioni organizzative e nuove modalità di reclutamento, che nel pubblico impiego erano impensabili qualche mese prima. Difficile il reclutamento al Delta durante la prima ondata – racconta – c’è il problema logistico là. Avevamo fatto una campagna con l’università per consentire ai neolaureati di praticare immediatamente, e cominciammo a chiamarli ma tanti non avevano la macchina o la patente. Non sapevamo come gestire la situazione poi ho pensato a una navetta e ho chiamato l’economato per attivare una convenzione. Un mio collega disse “ma questo è proprio il momento delle magie’’. Diciamo che in questi mesi, cose che prima erano impensabili hanno assunto una capacità d’azione diversa e si è dato libero sfogo a nuove ipotesi organizzative». La difficoltà, dice, resta «conciliare vita personale e lavorativa, sono fuori casa 12/14 ore e abito a 60 km dalla sede aziendale nella quale lavoro e questo complica anche dal punto di vista emotivo. Ma le donne si aiutano con le donne: ogni giorno ringrazio mia suocera che dalle piccole alle grandi cose, anche in modo non invadente, dice “sai che mi sono sbagliata, ho fatto una casseruola di zucchine ripiene in più la vuoi?” Mi chiama con queste accortezze per contribuire».
E così nonostante stanchezza e difficoltà «con una tenacia che è tutta femminile, io e le mie colleghe non ci siamo mai tirate indietro. E noi donne dobbiamo faticare il doppio per dimostrare che valiamo alla pari».
Ma «noi donne possiamo fare molto per dare un volto nuovo all’organizzazione dei servizi perché il rigore della professione si coniuga con questa capacità indispensabile di ascolto e comprensione dei bisogni e con l’obbligo di tenere la bussola sul futuro per non far venire mai meno la speranza», dice Franca Emanuelli, la dirigente della neuropsichiatria infantile. Dal suo osservatorio emerge, causa covid, un «aumento clamoroso dei disturbi del comportamento alimentare come espressione di disagio, o manifestazioni legate alle scarse prospettive sul futuro. E il boom si vede ora che sta arrivando l’onda che ci aspettavamo».
Il servizio si è quindi preparato per affrontare l’emergenza con «una messa in circolo di idee, telemedicina, videoconferenze: la ricerca di soluzioni è fondamentale».
Essere donne in sanità? Per Candida Andreati, direttrice lungodegenza post-acuzie, significa conflitto lavoro-famiglia, che la pandemia ha reso «ancora più difficile. Ma visto che l’aspetto più psicologicamente devastante è la solitudine dei pazienti, forse si può dire che le donne siano più propense all’ascolto».
Da considerare anche il riconoscimento delle famiglie dei pazienti, ma c’è anche l’aspetto negativo: «Durante la prima ondata eravamo eroi, ora invece la gente sembra anestetizzata e qualche episodio aggressivo l’ho avuto: ci si approfitta della presunta debolezza, sono più che convinta che di fronte a un dirigente maschile ci sarebbe stato più controllo».
Pandemia per Fulvia Pasi, referente Area Laboratori, significa aver «rivisto la nostra organizzazione, per implementare test nuovi e rispondere in maniera urgente agli screening. Ci siamo occupati della distribuzione dei tamponi molecolari, e ogni giorno facevamo l’inventario di giacenze e distribuito, tutto in modo manuale tornando anche a lavorare come si faceva quando non c’era l’informatica. Donna in sanità? Significa mettere la famiglia in secondo piano ma soprattutto in questo momento non ci si può sottrarre a un bisogno che è di tutti». —
Giovanna Corrieri
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