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EMERGENZA CORONAVIRUS

Ferrara, cure palliative: la pandemia «uno tsunami» per i mille assistiti

Alessandra Mura
Ferrara, cure palliative: la pandemia «uno tsunami» per i mille assistiti

La coordinatrice della rete provinciale Loretta Gulmini: «I più penalizzati sono stati i servizi domiciliari e gli Hospice»

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FERRARA. «Uno tsunami». La dottoressa Loretta Gulmini, coordinatrice della rete provinciale di Cure palliative, ricorda così l’impatto che l’emergenza Covid ha avuto, e in parte sta avendo ancora, sulla delicata e complessa gestione dei pazienti cronici gravi, oncologici e non. Circa un migliaio quelli seguiti dai medici palliativisti e dal terzo settore, con 300 all’anno accolti negli hospice di Ferrara e Codigoro.

EFFETTO COVID

Dei quattro capisaldi della rete provinciale ferrarese (ambulatori, cure domiciliari, hospice e ospedali), i più penalizzati dalla pandemia sono stati gli hospice e l’assistenza a domicilio. «Per noi è stato uno stravolgimento totale - prosegue Gulmini - Nel corso della primissima ondata i medici di medicina generale erano bloccati dalla paura di ammalarsi e di non poter continuare ad assistere altri pazienti, e così è stato potenziato il monitoraggio telefonico. Io con l’Adi (assistenza domiciliare integrata) di Ferrara e Cento ho continuato ad andare a casa dei malati, ed eravamo tutti bardati come se dovessimo incontrare persone positive». Poi il virus si è fatto strada all’interno dell’Hospice di Codigoro, con il primo focolaio ad aprile e un secondo mesi dopo. La priorità era quella di mantenere gli hospice covid free ma «a Cona non era previsto un reparto per malati terminali Covid, così abbiamo cercato di aiutare l’ospedale tenendo a casa il più possibile i pazienti». Dopo il lockdown «i medici di famiglia hanno ripreso a uscire per l’assistenza a domicilio, ma ora con la terza ondata sono stati “riassorbiti” dalla campagna vaccinale e sto lavorando affinché i medici di base mi lascino in carico le situazioni più difficili».

Se affrontare l’ondata pandemica ha messo a dura prova l’assistenza di questi pazienti, non meno impegnativo è stato il percorso per la realizzazione della rete unica aziendale di cure palliative, che coinvolge l’intero territorio ferrarese, secondo la delibera regionale del 2015. Quattro, appunto, i servizi che devono essere garantiti in ciascuno dei tre distretti: gli ambulatori di cure palliative (almeno due per distretto), l’assistenza a domicilio, gli hospice e gli ospedali. Nel Ferrarese gli ambulatori di cure palliative si trovano all’ospedale di Cento e nelle Casa della Salute di Bondeno, Ferrara (San Rocco), Copparo, Codigoro, Comacchio e Portomaggiore. «Sono strutture strategiche dedicate a cittadini bisognosi di cure per patologie croniche evolutive oncologiche e non, come la Sla, le malattie nefrologiche o le dialisi - spiega Gulmini - C’è una presa in carico congiunta tra medici di medicina generale Asl e specialisti, compreso il supporto psicologico. I medici visitano i pazienti ancora in grado di muoversi per aggiornare le terapie sulla base dei sintomi, gestire gli effetti collaterali del dolore e della depressione oppure fare drenaggi ed emotrasfusioni senza andare all’ospedale».

Con l’assistenza a domicilio invece medici di base e palliativisti gestiscono a casa del paziente situazioni complesse «evitando attese al pronto soccorso che possono concludersi con ricoveri in reparti per acuti, non appropriati per pazienti cronici».

GLI HOSPICE

Ci sono poi gli hospice, nei confronti dei quali «deve cadere il retaggio che li vede solo come luoghi in cui si va a morire. È importante sottolineare invece la funzione di accoglienza temporanea per dare sollievo sia al malato che alle famiglie, con ricoveri che vanno dai 25 ai 30 giorni». Nel Ferrarese ci sono due hospice, Ferrara e Codigoro, con rispettivamente 11 e 12 posti letto. «La legge prevede un posto ogni 10mila abitanti, noi saremmo carenti di una struttura, ma c’è Bentivoglio vicina per il Centese, e con 23 hospice l’Emilia Romagna conta il numero più alto tra tutte le Regioni». L’orientamento è quello di far assomigliare gli hospice il più possibile ad ambienti familiari «ma questo è possibile sono con realtà costruite ad hoc, molto meno quando, come a Codigoro, sono rimodulate da strutture ospedaliere». Molta attenzione, rivendica Gulmini, è stata posta affinché «coloro che sono stati pionieri delle cure palliative, come Ado, Ant, Associazione Nelson Frigatti e Ail non venissero marginalizzati dalla riorganizzazione della rete provinciale».

Negli ospedali infine, così come nelle Cra, i palliativisti sono impiegati per consulenze, in stretto rapporto con i reparti che devono segnalare i casi di dimissioni fragili che necessitano di una presa in carico. Il miglioramento della rete, conclude Gulmini, passa attraverso la formazione di tutti gli operatori e l’affiancamento dei medici laureandi. «Il ricambio generazionale negli ultimi due anni è stato eccezionale, con una sempre maggiore sensibilizzazione sul tempo dedicato all’ascolto, che qui diventa tempo di cura». —

Alessandra Mura

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