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Clandestina per due anni per il permesso bocciato I giudici: «Illegittimo»

La storia di Sophie, studentessa del Camerun a Ferrara dal 2013 Vince contro la questura: «Il Consiglio di Stato mi ha dato ragione»

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Sorride Sophie, coccolando tra le mani la tessera plastificata, la sua nuova vita, il permesso di soggiorno che le permette, finalmente, di non essere un fantasma, una clandestina, restare a Ferrara dove vive e studia da 8 anni: Sophie, come la conoscono tutti in città, si chiama Arthur Defer Zeugang, ha 28 anni, viene dal Camerun ed è arrivata a Ferrara per studiare ingegneria nel 2013.

Non è stato facile per lei avere quel piccolo pezzo di plastica, il permesso di soggiorno che «mi permette ora di non aver più paura, quando in strada vedo polizia e carabinieri». Ne ha avuta tanta, per quasi tre anni, col permesso di soggiorno negato, per una serie di problemi nello studio, perché non in pari con gli esami, non dati per motivi familiari e tanto, tanto altro. «Avrei dovuto subito tornare in Camerun, al mio paese, abbandonare tutto, lasciare qui a Ferrara i miei sogni e la mia vita».

Aiutata dalla Caritas

Non lo ha fatto, anche se sconfortata voleva prendere tutto e tornare nel suo paese natale. Aiutata dalla Caritas e dai suoi legali ha duellato contro la burocrazia, e ha vinto. Perché il rigetto del rinnovo del permesso di soggiorno deciso dalla questura di Ferrara, applicando norme e leggi (ma in modo formale e burocratico, dicono i magistrati) è stato ritenuto un atto illegittimo dai giudici del Consiglio di Stato, che lo hanno annullato.

Sorride per questo Sophie, e ricorda: «Non è stato facile, per quasi tre anni ho vissuto come clandestina, significa non avere diritti, non poter avere tessera sanitaria, un medico cui rivolgermi se stavo male, mi vedevo senza futuro. Certo, – riprende ripensando a ciò che è accaduto – avevo avuto un momento di difficoltà, non avevo dato gli esami necessari per il permesso di soggiorno, ho cercato di spiegarlo, poi...».

«Poi, è iniziata questa mia storia».

Che ha avuto un lieto fine, occorre subito dirlo, grazie a tante persone: tra queste, le ultime ma fondamentali, i dirigenti attuali dell’Ufficio immigrazione, il capo di Gabinetto della questura e dell’ufficio stranieri.

Solo adesso il racconto

Finalmente il lieto fine, dunque. Da raccontare, solo adesso: in realtà avremmo voluto raccontare della sfida, vinta, di Sophie, un anno fa: quando il Consiglio di Stato, nel gennaio 2020, decise la sospensione del rigetto del permesso del soggiorno dalla questura di Ferrara. Avevamo scoperto la storia di Sophie scorrendo le sentenze depositate sul portale del Consiglio di Stato e avevamo proposto a Sophie di raccontare la sua storia: lei non volle, allora: «Fino a che non avrò il permesso di soggiorno in mano non ne voglio parlare, non voglio forzare nessuno, non voglio usare altri mezzi se non quelli legali», alludendo al fatto che un eventuale nostro intervento avrebbe potuto accelerare i tempi.

E ha aspettato un altro lungo anno, perché nel frattempo tutto si è paralizzato per il Covid: un anno in attesa che il Consiglio di Stato fissasse l’udienza di merito del suo caso. Poi a fine novembre scorso i giudici hanno deciso che questa studentessa non poteva essere più una clandestina. E allora, sorride Sophie, si fa fotografare davanti al Castello Estense dal fotografo Filippo Rubin, contenta per aver ripreso in mano la sua vita. «So che il mio è un caso limite, ho deciso di raccontarlo per me e per tanti come me, studenti che vengono in Italia e tra mille sacrifici cercano di fare e dare il meglio. È vero che noi studenti stranieri dobbiamo dare gli esami necessari per essere in regola, per restare in regola. Ma a volte vi sono difficoltà da valutare: siamo stranieri, soli, senza famiglia e spesso non riusciamo ad andare avanti, non dico economicamente, anche psicologicamente».

Torna indietro di 3 anni, Sophie: «Era la fine del 2018, come ogni anno mi ero presentata in questura per il rinnovo: mi prendono le impronte digitali per rifare i documenti, poi mi dicono che qualcosa non andava. Che non ero in regola, che dovevo tornare al mio paese perché non avevo dati gli esami necessari per il permesso. Mi è crollato il mondo addosso, mi sono sentita sola, senza nessun dalla mia parte».

NOn più sola

Invece, e per fortuna, vicino a lei c’era la Caritas, dove Sophie aveva fatto un anno di servizio civile: qui la consigliano, la indirizzano agli avvocati, Francesco Fersini ed Enrico Segala che poi la seguiranno. «Uno studente straniero da solo non riesce se non c’è qualcuno che lo aiuta. Dal 2018 ho vissuto da clandestina, non potevo più far nulla e paradosso non potevo nemmeno tornare da regolare nel mio paese». «Ma non volevo abbandonare tutto, ero venuta in Italia per studiare ingegneria informatica. Poi le difficoltà che risalgono al 2016: era stato un periodo difficile non avevo dati esami (un lutto in famiglia e problemi di mantenimento), non ero rimasta in pari, ma già nel 2017 mi ero ripresa con gli studi». Circostanza, come poi i legali hanno fatto rilevare, e i giudici del Consiglio di Stati hanno accolto, che per la pratica di Sophie la questura avrebbe dovuto valutare.

Invece… E dire che la questura di Ferrara conosceva bene Sophie, molto, ma molto bene. Perché oltre al servizio civile alla Caritas nell’accoglienza stranieri (conosce e parla diverse lingue), da 4 anni fa lavorava come steward allo Stadio per le partite della Spal. E in quel ruolo venne addirittura premiata dal questore di allora, Antonio Sbordone nel novembre 2016 (articolo qui sotto) perché prima della partita della Spal con il Brescia, mentre i tifosi venivano controllati, la offesero con frasi razziste: lei e le colleghe non si scomposero. E venne riconosciuto loro questo con tanto di incontro, strette di mano, nell’ufficio del questore.

Premiata ed espulsa

E allora, come è possibile che uno straniero che viene premiato dalla questura, due anni dopo venga cacciato perché clandestino, per una frettolosa analisi del problema, come un qualsiasi spacciatore, senza casa, un irregolare senza arte né parte? La sottolineatura, in forma giuridica, la fanno gli stessi giudici del Consiglio di Stato, riprendendo i colleghi del Tar che avevano già bocciato il ricorso di Sophie, confermando che sarebbe dovuta tornare in patria. Spiegano i giudici del Consiglio di Stato che «pur dopo una ampia pausa, la cittadina straniera ha ripreso con lena gli studi, superando ulteriori esami» . E spiegano che «nel bilanciamento degli interessi coinvolti – passaggio fondamentale e importante – l’esigenza (di Sophie) di non interrompere il corso di studi ha prevalenza sull’interesse opposto della amministrazione resistente (la questura)». Da qui la sospensione della sentenza del Tar e del provvedimento della questura. Ma questo era il primo pronunciamento, di sospensiva – siamo al gennaio 2020 – che doveva essere confermato, nel merito. Poi arrivò il Covid, e solo quasi un anno il Consiglio di stato (sezione giurisdizionale sezione terza) ha annullato l’atto della questura perché illegittimo. Questura di Ferrara, scrivono i giudici, che avrebbero potuto gestire la pratica in altro modo, soppesando le spiegazioni di Sophie e non applicando, burocraticamente le norme. E dire che Sophie aveva cercato di spiegare, lei stessa, i suoi avvocati. Niente.

Anni di battaglie

Sono stati necessari oltre due anni di battaglie giudiziarie per aver ragione. Sorride, Sophie, ora che tutto è finito. Ma le è costato tanto non essere bollata come clandestina: «Oggi sono contenta di non aver mollato, ho imparato la lezione, penso che riuscirò a laurearmi entro la fine dell’anno e poi si vedrà». Nuove prospettive, un lavoro e una vita in Italia: «Adesso faccio la colf, studio, poi si vedrà. Vorrei dire, per finire, a chi si trovasse nella mia stessa situazione di non mollare: mi dicono che questa sentenza è importante perché potrebbe, come si dice, essere un precedente giudiziario. Per questo ripeto a tutti di non mollare, non abbandonare mai». «E poi voglio restare a Ferrara». «Perché? L’avevo scelta perché una città piccola, vivibile. Mi sono sempre trovata bene, mi piacciono i ferraresi. Razzismo sulla e per la mia pelle? Posso dire che in 8 anni la sola volta che mi hanno rivolto parole di razzismo a Ferrara è stato quella volta alla Spal: ed erano dei bresciani». –

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