Il padre Adriano ammette «Non voleva farsi aiutare, non accettava consigli Mi dispiace, ci ho provato»
«Stefano era fuori dal normale non poteva fare sciocchezze così» «L’altro figlio mi ha detto: è conseguenza del tuo comportamento»
LA TESTIMONIANZA
«Aveva disturbi psichici, era già noto, lo sa anche l’avvocato Bova, non occorre che dica io cosa e come, non sono uno specialista: e poi manco da 10 anni non ho più rapporti, purtroppo». Adriano Franzolin ha visto crescere quel figlio difficile, Stefano, ora accusato di aver ucciso la ex moglie Alberta Paola Sturaro. Ha cercato di aiutarlo, a suo modo. E dopo tanto tempo lo ha rivisto lunedì mattina nella casa di via Ghiara che lui, dopo la separazione dalla moglie e dai figli, aveva lasciato loro.
Quasi 10 anni fa. Da allora non aveva più rapporti con Alberta Paola Sturaro (se non per le contese giudiziarie della separazione e tanto altro) e con i figli. Anche se con la figlia Sonia aveva ancora contatti, tanto che lunedì mattina era stata lei a chiamarlo, di venire a casa, per la madre morta. E di lei dice: «Sonia è in gamba, lei sa arrangiarsi». Dopo la tragedia ha parlato anche con l’altro figlio: «Con Alessandro che mi ha detto soltanto “questa è la conseguenza del tuo comportamento”. Ma cosa dovevo fare di più, cosa dovevo dire...». Se le parole sono pietre, queste tutte insieme sono una colossale frana che schiaccia questo padre, anziano 80nne, conosciutissimo a Ferrara per le sue attività commerciali, in primis il negozio “Ottica Vision” di via Canonica, un tempo, poi in via Mazzini. E ancora imprese nell’ortofrutta a Gaibanella, nel Veneto, in Polonia, racconta lui con orgoglio imprenditoriale. Lo ammette, che avrebbe potuto aiutare i suoi figli. Di averlo fatto per quel suo figlio Stefano: «Aveva tentato di studiare, ingegneria, due, tre esami, poi non è andato più avanti, non era adatto per lo studio e si è abbandonato a se stesso, non aveva amici, rapporti con la gente, era... isolato. Tutto questo lo ha portato a questa situazione, a fare sciocchezze piuttosto grosse».
E le ricorda: la vicenda dei fucili abbandonati per ripicca verso di lui, davanti alla sede della Cgil: «Fece scoppiare una gran casino». I “furti” delle sue auto: «Me ne presa una, la lasciò in stazione dove la trovammo dopo sei mesi». E ancora: «Rubò l’auto, pur non avendone le chiavi, alla mia compagna, la riportò due settimane dopo». E tanto altro: «Mise la colla nelle due case che ho in città, nelle serrature delle porte: ha fatto tante sciocchezze – ammette il padre – da uno fuori dal normale».
Per questo, non si sarebbe potuto aiutarlo? «Lui non lo accettava, ho tentato. Mi dispiace volevo anche mandarlo a scuola di computer per un diploma per trovare un lavoro. Potevo inserire i figli nelle mie società, ma ho sempre avuto il principio che lo facevo solo se avevano dei numeri non se sono dei tirapiedi. Stefano non voleva farsi aiutare, non voleva consigli, non accettava niente, viveva davanti al computer di notte e di giorno dormiva, non potevo costringerlo».
Adesso, però, signor Franzolin, è il momento di aiutarlo, ha bisogno di assistenza legale e psichiatrica. «Si arrangino loro, non mi voglio intromettere, non voglio che mi dicano che li influenzo, io sto neutrale, sono ormai oltre dieci anni che sono fuori dalle loro vite».
Ultimo, si aspettava tutto questo? «Assolutamente no, sapevo visto quello che ha fatto che non era normale, uno di oltre 40 anni non può fare cazzate del genere: che arrivasse a tanto... ma non si sa ancora...». Sì, non si sa ancora se ha ucciso oppure no. Lo potrà dire solo l’autopsia che inizierà oggi. Poi, poi si vedrà. –
Daniele Predieri
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