«Il nostro Dario era gioia, allegria, vitalità» Insieme per l’ultimo saluto al super nonno
L’addio a Benazzi. Il don: «Un funerale che non aeri mai voluto celebrare. La vita è sacra: questo lo dobbiamo capire»
pontelangorino. Dario Benazzi aveva una famiglia numerosa e tanti, tantissimi amici. Qualcuno il 28 febbraio scorso ha deciso che non avrebbe più potuto più rivedere sua moglie, le sue figlie e suoi nipotini uccidendo lui e suo cugino Riccardo. E tutti hanno voluto esserci ieri pomeriggio nella chiesa di Pongelangorino, dove sono stati celebrati i suoi funerali. La morte è sempre difficile da accettare ma alcune volte il suo peso diventa insostenibile.
amava la vita
Dario Benazzi aveva 70 anni e l’argento vivo addosso. Era solare, dalla grassa risata e amico di serate spensierate. Amava la moto, la velocità, la vita. Era un esempio per le figlie e per i nipoti ed è stato un padre anche per suoi generi e per tante persone cui ha aperto la porta della sua casa «perché aveva sempre un posto in più a tavola».
Era buono e non ha mai voluto lasciare solo suo cugino Riccardo, invitandolo spesso a casa a pranzo e cena e accompagnandolo anche quella domenica a Rero, dove tutti e due hanno trovato la morte.
i funerali
La moglie Armanda sale le scale della chiesa a fatica e aspetta ferma sul sagrato con lo sguardo fisso verso la bara, continuando a vivere un incubo che pare non avere fine. Le figlie Romina, Sabrina, Michela e Nicla si fanno forza stringendo le mani dei loro bambini e bambine e trovando in loro la forza della vita che va avanti.
«Questo è un funerale che non avrei mai voluto celebrare – ha detto don Marco Polmonari –. Sono sconvolto e angosciato come voi per quello che è successo a Dario. Tutti ci sentiamo sconvolti e pieni di dolore. La presenza di tante persone racconta chi era Dario. Ma alla fine chi sono gli sconfitti? Forse coloro che non hanno rispetto delle vite umane, coloro che usano violenza per far valere la propria opinione, la propria idea o i propri interessi. Solo il bene sconfigge il male, solo l’amore vince la cattiveria. La vita è sacra, questo dobbiamo capire». Infine, «Dio ci dia speranza e forza per non rassegnarci mai al male e pregare perché nel mondo cresca il perdono anche per chi ha causato questa morte». E tanti scuotono la testa.
i ricordi
Sull’altare è poi salito un familiare che ha voluto leggere i pensieri che la moglie, le figlie, i generi, i nipoti e la sorella hanno voluto lasciare. E il calore è finalmente entrato in chiesa, tra applausi, lacrime ed anche qualche risata perché «era impossibile non ridere con lui. Un uomo semplice e genuino che amava alla follia le sue figlie e i suoi nipoti. Lui che diceva “dai che la vita l’è bela” e dava una pacca sulla spalla. “Nù a sen di Benazzi, e i Benazzi iè fort e bei” , e poi rideva e brindava e non si fermava mai, sempre in sella alla sua moto». «Del mio fratellone volglio ricordare una sola frase – ha scritto Adriano – “Fratello ti voglio bene”: me lo diceva sempre e sono convinto che me lo dirà ancora» . «Questa vita è a tratti incomprensibile: a volte ci pone di fronte a prove crudeli da affrontare e da attraversare. Passare attraverso certe disgrazie è un cammino che a tratti non sembra lasciare scampo alle persone che restano: i giorni passano e il dolore si fa sempre più forte, così come i perché, che risuonano martellanti nella testa e nel cuore». I suoi amici hanno posato una maglia rossa sulla bara mentre tutto il paese è uscito su balconi, finestre e cancelli per l’ultimo saluto. —
Annarita Bova
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