Rapinò una oreficeria Incastrato dopo 12 anni con la banca dati Dna
Pistola in pugno minacciò la negoziante nel lontano 2008 Lasciò tracce di sangue che oggi l’hanno portato a processo
Entrarono in azione in due, in una oreficeria della provincia, ed era il 13 novembre 2008: i due rapinatori se ne andarono con un bottino di oltre 100mila euro, dopo aver lasciato dietro di loro paura e terrore, dopo aver razziato tutto e minacciato la titolare con una pistola puntata in faccia.
Sangue nel negozio
Oggi, dopo 12 anni da quel fatto, uno dei rapinatori è finito sotto processo in tribunale a Ferrara, incastrato dal Dna che venne repertato allora, dai Carabinieri della Scientifica, grazie a tracce di sangue trovate nel negozio dopo che uno dei due rapinatori si tagliò spaccando la vetrina dei gioielli. Ieri mattina il processo a carico di un albanese 30enne, Tomor Imeri, ha visto l’accusa rappresentata dal pm Andrea Maggioni portare davanti al tribunale tutti gli elementi di prova, che non bastano, al momento: sarà una perizia che dovrà spiegare e stabilire come si è arrivati a quel Dna e ad attribuirlo appunto all’albanese come presunto autore della rapina. Poiché, come spiegava ieri il suo difensore, Roberto D’Errico, sarà necessaria una validazione del procedimento che ha portato a quel Dna.
Resta tuttavia la gravità del fatto, una rapina a mano armata che all’epoca – come raccontano le cronache d’archivio – mise sotto choc l’intero paese di Mirabello: perché avvenuto alle 10 del mattino, in pieno centro paese, in Corso Italia, nella oreficeria Cinzia: tanto che lo stesso sindaco di allora si preoccupò dell’assalto a mano armata. Dal punto di vista delle prove, il Dna che venne estratto dalle tracce ematiche presenti quel giorno di 12 anni fa, hanno indicato un profilo ignoto: che tuttavia, la Banca dati nazionale del Dna ha individuato e associato ad un altro Dna rilevato poi in una rapina a Bologna e che portava dritto dritto all’albanese oggi imputato nel processo ferrarese.
IN aula arriva Il Ris
All’udienza di ieri è arrivato a testimoniare, a riprova degli atti che sono stati compiuti, il vice-comandante dei Carabinieri del Ris di Parma che ha illustrato l’indagine, spiegando però che non si era occupato degli accertamenti scientifici sulla corrispondenza tra Dna: dunque per sapere chi ha fatto cosa su quel Dna è stato necessario nominare un perito che il 26 maggio, che dovrà verificare l’iter degli accertamenti e dare certezza processuale alle accuse della procura. –
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