Strage di Bologna Bellini si difende e si paragona a Sacco e Vanzetti
È accusato in concorso con Licio Gelli e i vertici della P2 La Procura: «I soldi per l’attentato dal crac dell’Ambrosiano»
dall'inviato
Evaristo Sparvieri
bologna. «Mi sento come Sacco e Vanzetti». Cita il celebre caso di malagiustizia americana la Primula Nera ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, mentre entra nel tribunale di Bologna, dove ieri ha preso il via il processo mandanti per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. A quarant’anni dall’attentato più sanguinario del secondo dopoguerra, Bellini è accusato dalla Procura Generale di Bologna – che nel 2017 ha avocato a sé un’indagine destinata all’archiviazione dalla Procura ordinaria – di essere il quinto uomo della strage, colui che portò materialmente la bomba in stazione. Secondo l’accusa – rappresentata dai magistrati Umberto Palma e Nicola Proto, e dall’avvocato generale, Alberto Candi – agì in concorso con i Nar già condannati e con il capo venerabile della P2, Licio Gelli, con il banchiere Umberto Ortolani, con l’ex capo dell’ufficio Affari Riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato e con il giornalista iscritto alla P2 ed ex senatore Msi, Mario Tedeschi. Questi ultimi, deceduti, sono ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato.
«La strage di Bologna fu finanziata dalla P2 e compiuta da elementi di estrema destra manovrati dai servizi deviati – afferma in aula il sostituto procuratore generale Palma, introducendo i temi di prova dell’accusa – Non fu condotta solo dai Nar, ma anche da Terza Posizione, e non solo, c’è anche Avanguardia Nazionale, diretta da Stefano Delle Chiaie e di cui aveva fatto parte Paolo Bellini. Delle Chiaie era manovrato a sua volta da Federico Umberto D’Amato, un servitore dello Stato molto infedele, perché abbiamo scoperto i soldi che ha preso in nero da Gelli». Per l’accusa, che ha ricostruito in fase di indagine i principali misteri d’Italia, «i fondi per finanziare la strage provenivano dal Banco Ambrosiano di Calvi, a cui furono sottratti». Un’udienza entrata subito nel vivo, con la difesa di Bellini – rappresentata dagli avvocati Manfredo Fiormonti e Antonio Capitella – che ha sollevato diverse eccezioni su elementi di prova ed elenco di testimoni: oltre 300 fra accusa e parti civili. «Il nostro processo è incentrato su un fatto, che Paolo Bellini il 2 agosto 1980 non era in stazione», le parole dell’avvocato difensore Capitella in aula. —
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