La Nuova Ferrara

Ferrara

gli scenari  

Cambiano le scelte colturali Meno cereali, più frutticole

Cambiano le scelte colturali Meno cereali, più frutticole

2 MINUTI DI LETTURA





I dati diffusi dall’Istat confermano la tendenza di lungo periodo a una trasformazione degli ordinamenti produttivi dell’agricoltura del nostro Paese. Lo sostiene Nicola Gherardi, componente della giunta esecutiva di Confagricoltura nazionale. Tra il 2010 e il 2019, la Suu (Superficie agricola utilizzata) è aumentata dello 0,9%, ma con un’evoluzione molto diversa per le superfici destinate ai vari comparti produttivi, diminuendo per i seminativi e aumentando per foraggere (prati permanenti e pascoli) e del 5,7% per le colture legnose. In particolare – mette in luce Confagricoltura – in questi anni si è coltivato il 15% in meno di cereali e sono stati impiantati il 7% in più di fruttiferi.

«Uno scenario complessivo in deciso movimento quello dei dati Istat – prosegue Gherardi – Occorrono politiche adeguate per accompagnare queste trasformazioni: se il mercato può essere sufficiente a trainare gli investimenti di alcune produzioni, occorre d’altro canto agevolare le trasformazioni anche con conoscenze e innovazione, mentre è essenziale evitare di perdere terreno su coltivazioni strategiche, come nel caso dei cereali. Il forte calo di potenziale produttivo del mais nazionale, per esempio, va contrastato. Bene ha fatto l’Istat – prosegue Gherardi – a ricordare il varo del piano di settore, che prevede alcune misure che pure Confagricoltura aveva auspicato; ma occorre un’azione politica continua e più decisa per tutte le produzioni per le quali è a rischio il nostro auto approvvigionamento».

È l’Istat stesso a indicare i principali fattori all’origine di questi cambiamenti: l’innovazione tecnologica che induce la riorganizzazione dei processi produttivi; l’evoluzione del mercato in termini di variazioni nella domanda e maggiore concorrenza, in particolare sui prezzi, dei principali competitor; il cambiamento climatico che può indurre un orientamento delle produzioni verso colture meno dipendenti dal suo andamento. Di particolare interesse l’impatto sulla filiera cerealicola, che dal 2010 al 2019 ha perso complessivamente 600mila ettari. Di converso si registra una tenuta delle coltivazioni di grano duro, che le previsioni di semina indicano in aumento per il 2021 di ben il 5, 6%; investimenti probabilmente trainati da una maggiore domanda, in particolare nel Settentrione. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google