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Italia, bengodi degli avvelenatori di territori

Luciano Menconi

Idrocarburi, amianto, metalli pesanti: ecco la mappa dei siti contaminati da decenni di inquinamento industriale

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Luciano Menconi

Non c’è solo la terra dei fuochi. I bracieri che accumulano e spargono veleni in Italia sono molti più di uno. Non soltanto tra Caserta e Napoli. Sono diffusi in tutta la penisola, da nord a sud. Basta dare un’occhiata alla mappa dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale Ispra – ente di ricerca del ministero della Tutela del territorio – per capire come le zone ad alto rischio sanitario ed ecologico nel nostro Paese non risparmino praticamente nessuna regione.

58 siti pericolosi

I siti che hanno bisogno di interventi di bonifica più o meno importanti sono oltre diecimila ma quelli più gravemente contaminati sono alcune decine. Sono quelli definiti di interesse nazionale (Sin), a cui vanno aggiunti i siti di interesse regionale (Sir). I primi – secondo l’ultimo aggiornamento dell’Ispra – sono 41, mentre quelli in carico alle Regioni sono 17. Le aree più pericolose occupano una superficie complessiva di quasi 180mila ettari, quasi la metà è sul mare. Solo in una piccola parte – circa il 15 per cento dei suoli e il 12 per cento delle acque sotterranee – la bonifica è in fase di conclusione o attuazione.

I poli chimici

I territori più avvelenati sono quelli che hanno ospitato industrie chimiche. Da Porto Marghera a Venezia, dove gli scarti della produzione di decenni sono stati utilizzati anche come materiale di riempimento, a Manfredonia e Brindisi, da Fidenza a Massa Carrara, da Brescia a Serravalle Scrivia in Piemonte (dove una delle maggiori criticità ambientali deriva da quel che resta di un impianto di rigenerazione di olii esausti). Per non parlare di Orbetello o del bacino del fiume Sacco nel Lazio o della zona del Sulcis in Sardegna.

SIDERURGIA E RAFFINERIE

Dopo avere dispensato lavoro per decenni, i poli siderurgici e petrolchimici hanno lasciato un conto pesantissimo da pagare. Il caso Ilva a Taranto è l’esempio più macroscopico, ma l’elenco è lungo: da Gela a Piombino, da Siracusa a Priolo, da Falconara Marittima a Livorno, da Milazzo a Crotone, da Laghi di Mantova a Porto Torres. E poi città simbolo dell’industria italiana: Terni, Sesto San Giovanni, Trieste.

L’ETERNIT

La produzione di cemento amianto ha segnato città sia del settentrione che del meridione, come Casale Monferrato e Balangero nel cuore del Piemonte, Emarese in Valle d’Aosta fino a Bari e alla Val Basento in Basilicata. Qui come nelle altre regioni contaminate l’incidenza dei tumori e di altre gravi patologie viene registrata dalle autorità sanitarie in misura superiore alla media nazionale.

LE DISCARICHE

I materiali avvelenati rappresentano una quota parte molto rilevante dell’emergenza bonifica da risolvere. Sia in zone che un tempo ospitavano apparati produttivi pesanti, come Bagnoli a Napoli, sia in altre come Bussi del Tirino in Abruzzo o l’area delle Officine Grandi Riparazioni di Bologna dove amianto, metalli pesanti e altre sostanze pericolose si sono accumulate per anni.

I siti regionali

Sono 17, con profili di gravità inferiori a quelli dei siti di interesse nazionale ma comunque con forti criticità ambientali. Come Sassuolo, per le elevate concentrazioni di metalli pesanti, o Le Strillaie nel Grossetano, per le discariche. —

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