«Al sierologico può sfuggire l’infezione in atto»
Casi di operatori contagiosi scoperti solo grazie al tampone Libanore (Sant’Anna): test utile per individuare i casi dubbi ma conferma dal molecolare
«Negativo al test sierologico ma positivo al tampone. Quindi a quale test bisogna credere?». La domanda arriva da un operatore sanitario che presta servizio in una casa di riposo della città, ma a sollevare la questione da tempo sono stati diversi colleghi in varie parti d’Italia, non solo a Ferrara. Perché l’abbinata espressa nella domanda è più frequente di quanto si pensi.
«Questo può succedere – spiega il direttore del reparto di Malattie infettive ospedaliero del Sant’Anna, Marco Libanore – perché i due procedimenti, uno anticorpale l’altro diagnostico (il tampone), forniscono informazioni diverse. Gli anticorpi possono essere rilevati con qualche ritardo dal sierologico, dipende dalla sensibilità del test e dalla quantità rilevabile di anticorpi, che possono risalire ad una esposizione anche lontana nel tempo. Il tampone indica invece sempre un’infezione in atto». E quindi una possibilità contingente di diffondere il contagio. Il meccanismo di rilevamento del test sierologico ha ingannato più di una volta, anche recentemente, il sistema di barriere eretto dalle strutture sanitarie per impedire al virus di entrare o rientrare in case di riposo e ospedali. Poco tempo fa è avvenuto in una residenza per anziani della città, dove un operatore negativo al sierologico è stato trovato poco dopo positivo al tampone con chiusura di tutti gli accessi alla struttura per settimane.
«Il test sierologico “comunica” una presunzione: dice che l’organismo ha avuto un contatto col virus e che ha sviluppato anticorpi - prosegue Libanore –. L’esito può essere utile per capire dove collocare clinicamente quel paziente quando i casi sono dubbi (sospetti, ndr)». Il tampone poi fornisce la risposta sulla contagiosità del soggetto. L’esito affermativo del test può indicare che l’organismo ha incontrato il virus da poco tempo o in passato: in questi casi la vaccinazione viene eseguita in una sola dose e viene ritardata da 3 a 6 mesi rispetto al momento in cui si è manifestata l’infezione, perché la persona ha già in circolo una quantità di anticorpi.
Al sierologico negativo, invece, può essere sfuggito il contagio molto recente, quando l’organismo non ha ancora prodotto una risposta anticorpale percepibile dal test. —
Gi.Ca.
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