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Scuole materne, la Fism chiede parità con le pubbliche

Stefano Ciervo
Scuole materne, la Fism chiede parità con le pubbliche

Missanelli: i costi di gestione per le istituzioni privati non sono più sostenibili Servizio necessario alla collettività. A settembre salta anche l’asilo di Montalbano

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Si considerano “paritarie” solo nel nome, le scuole private che pure sono sostenute dai contributi pubblici.

«La realtà è che non siamo posti allo stesso livello delle scuole comunali o statali, anche se forniamo un servizio pubblico e spesso nelle realtà più piccole, pensiamo a paesi come Sabbioncello o Corporeno, siamo gli unici punti di riferimento per le famiglie» dice Biagio Missanelli, presidente del Fism, che a Ferrara e provincia aggrega 55 istituti in gran parte asili collegati a parrocchie, con circa 3mila bambini frequentanti e 400 educatrici occupate. Stanno facendo circolare, queste scuole, una petizione sia online che cartacea, per ottenere la “parità reale” con il sistema pubblico, e a livello nazionale la prima giornata di raccolta ha ottenuto già 50mila adesioni.

«I costi non sono più sostenibili, e la pandemia non è la questione centrale – sottolinea Missanelli – Le nostre scuole sono piccole, una o due sezioni per lo più, e la crisi delle nascita impatta in maniera determinante: se continua così già l’anno prossimo un paio non riapriranno e nel giro di quattro-cinque anni il numero sarà dimezzato».

A sembrare senza futuro già oggi c’è l’asilo di Montalbano. I conti sono presto fatti. Lo Stato contribuisce alle paritarie con circa un euro al giorno per bambino, il che vuol dire 6.000 euro l’anno per una sezione tipo. I Comuni integrano con contributi che nel Ferrarese sono mediamente di 3-4mila euro a sezione, «mentre nel resto della regione siamo a quota 12mila euro» fanno presente al Fism. Il resto, per pagare personale, strutture e mensa va chiesto ai genitori attraverso rette, che sono da 200 a 350 euro al mese per la materna per arrivare a 5-600 euro al nido. Roba da famiglie abbienti, considerato tra l’altro che non sono previste di norma differenze in base al reddito. «In realtà le scuole di Terre del Reno usano già l’Isee – dice Missanelli - e ci si sta orientando in questa direzione anche nel resto della provincia. Ma il problema è proprio questo: perché solo le famiglie abbienti possono scegliere l’orientamento della loro scuola, che sia cattolico, montessoriano o altro, mentre gli altri sono indotti comunque a scegliere le comunali dove la retta è più bassa o le statali dove si paga solo la mensa? Bisognerebbe orientarsi ad un sistema di voucher da spendere dove preferiscono i genitori. Teniamo conto che un bimbo in un asilo comunale viene a costare 1.600-1.700 euro al mese, la differenza rispetto alla retta la paghiamo tutti con le tasse».

Alla Fism lamentano anche «l’attenzione bassissima» dei sindaci per il problema. —

Stefano Ciervo

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