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«Il trenta per cento degli italiani è protetto per questo è razionale la scelta di riaprire»

Mario Neri
«Il trenta per cento degli italiani è protetto per questo è razionale la scelta di riaprire»

Il professore di fisica Battiston, uno dei maggiori studiosi italiani nell’analisi della pandemia, promuove il “rischio ragionato” di Draghi 

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l’intervista

Mario Neri

L’idea di riaperture graduali consentirà una ripresa «controllata», quella di Draghi «è una scelta razionale», e potrebbe essere davvero la via d’uscita dalla pandemia, dice Roberto Battiston, professore di Fisica all’università di Trento, da tempo è uno dei maggiori studiosi italiani nell’analisi dell’epidemia.

Professore, da lunedì il Paese comincia a riaprire. Ce lo possiamo permettere?

«Sono passati 14 giorni dalla prima riapertura parziale delle scuole. Nelle classi è tornato il 60-70 per cento degli studenti. Condizione simile a quella di gennaio, solo che continuiamo da giorni a registrare un indice Rt sotto 0,9. E la curva scende. Una buona notizia. Quello fatto dal governo è stato un calcolo ragionato. Il 26 faremo un passo ulteriore, bisogna sperare che la tendenza prosegua anche con una riapertura quasi completa delle scuole».

Ma perché allora a febbraio ci fu un’impennata?

«La differenza? I vaccini hanno già cominciato a fare il loro lavoro. Quasi il 20 per cento della popolazione ha ricevuto una o due dosi. E si stima che circa 10 per cento si sia ammalato e sia guarito. Circa il 30 per cento degli italiani, dunque, è protetto. Per questo l’Rt dà segnali incoraggianti. Certo, se uno apre troppo o troppo presto poi se ne pente. In passato abbiamo sbagliato due volte».

Quali sono i rischi?

«Alla fine della seconda ondata, ai primi di dicembre, l’Rt era sceso a 0,8 dopo aver raggiunto un picco 1,7 a fine ottobre. Ma poi ci fu la decisione sbagliata di passare dal rosso al giallo nel giro di due settimane perché c’era il Natale in arrivo: Rt è risalito verso 1 e il numero degli infetti non è mai sceso molto rispetto al picco di novembre. Sotto la pressione delle categorie in difficoltà il governo ha ceduto e ci siamo ritrovati con 400-500 morti al giorno fino a oggi».

Ha invitato gli esperti a non guardare solo all’Rt ma anche agli infetti attivi.

«Il motivo è molto semplice. Nella prima ondata l’Rt schizzò a 3,5, un livello elevatissimo, ma avevamo pochi infetti. Se l’epidemia si propaga velocemente ma parte da un numero piccolo, il numero risultante di contagiati rimane comunque piccolo per un po’. Se invece partiamo da un numero grande, in poco tempo il carico sanitario diventa insostenibile. Ecco, ora abbiamo 480mila infetti attivi. Dobbiamo fare attenzione. Se da sei mesi il rapporto fra morti e contagiati quotidiani è di circa 1 a 1.200, è chiaro che finché non abbasseremo il numero di infetti attivi non caleranno le vittime. Quando si dice di riaprire non appena l’ Rt è sotto 1 ci dobbiamo rendere conto di chiedere un sacrificio al Paese che si paga in vite umane».

Si cerca un tragico equilibrio fra salute ed economia

«È il modo con cui ha affrontato il problema il precedente governo».

Quella di Draghi è una strategia più comprensibile?

«Più razionale. Ha introdotto il parametro dell’incidenza, anche se la soglia a 250 casi settimanali per 100 mila abitanti è alta. In Germania la zona rossa scatta a 100. Ma Draghi mi pare molto lucido nelle sue analisi, sta lavorando di fino, portandoci piano piano fuori dal tunnel».

La vaccinazione ci aiuterà?

«Ci sta già aiutando. A 300mila vaccinazioni al giorno, a fine maggio metà degli italiani sarà protetto. In Israele, arrivati lì, hanno riaperto. Ma dobbiamo andare al massimo».

La Toscana va verso la zona gialla, ma Giani dice di non voler varare zone rosse locali anche dove si supera l’incidenza a 250. Un azzardo?

«Un rischio molto elevato: quando un’area ha un’incidenza di infetti così alta, non abbassarla significa che nel prossimo futuro ci saranno più morti del dovuto». —

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