Il criminologo e la città «Dalla Ferrara di Abbado al clan mafioso nigeriano»
Tra sociologia e politica, Federico Varese analizza come è cambiata casa nostra «Immigrazione non porta malavita. Ieri tanti errori, ma oggi slogan semplicistici»
Dagli “ultimi treni verso Ferrara” di Giorgio Bassani, alla mafia nigeriana: un racconto-intervista sulla Ferrara che era “Sotto le Stelle”, dove suonavano i Berliner di Abbado e i Radiohead, e le grandi mostre attiravano turisti da tutta Italia. Una città diventata, secondo le narrazioni politico-elettorali, città dell’insicurezza, “il Bronx”, “Gotham City”. Parte dalla Ferrara di oggi la chiacchierata, via Skype, con Federico Varese, criminologo e sociologo ferrarese: la città che vede tornando a casa, dal treno, come faceva Bassani.
Si sarebbe mai immaginato di doverla studiare, la sua città, dopo aver girato mezzo mondo, ritrovando la mafia in casa sua?
«Non mi ero mai occupato di Ferrara da studioso e non nascondo che provo emozioni contraddittorie. Una volta, da bambino, sentii Giorgio Bassani dire: “Per amare Ferrara bisogna andarsene”. Nel mio piccolo, ho seguito il suo consiglio e quando posso, gli rendo omaggio. Come in un mio recente intervento sulla mafia nigeriana (su Repubblica, ndr), l’inizio è un omaggio mascherato alla poesia “Verso Ferrara”, a quel verso bellissimo, “gli ultimi treni, con fischi lenti/salutano la sera...”. Ovviamente non c’è più la Ferrara di Bassani, neppure quella in cui sono cresciuto io».
C’è quella di oggi, diversa dalla città di Abbado, delle mostre, del Festival di Internazionale: come si è passati da questa alla capitale della insicurezza, alla città della mafia nigeriana?
«Ogni volta che dicevo di essere nato a Ferrara, molti stranieri citavano il Festival di Internazionale, le mostre dei Diamanti e i concerti importantissimi di musica classica e contemporanea, come gli eventi di “Ferrara sotto le stelle”. La Ferrara degli anni Novanta e duemila era ricca di eventi. Poi, di recente, e soprattutto in Italia, la propaganda politica ha enfatizzato solo un aspetto di Ferrara, quello appunto dell’insicurezza, spesso vista come frutto meccanico dell’immigrazione e colpevolizzando un unico gruppo etnico. D’altra parte, minimizzare i problemi è sempre un errore. E così mi sono trovato, io, criminologo, ad essere interpellato sempre di più sui “miei” temi».
E come spiegava che la città ideale per certe narrazioni era diventata pericolosa?
«Nessuna delle due immagini è pienamente corretta, ma c’è del vero in entrambe. Prima occorre porsi la domanda su cosa si intende per insicurezza. Uno studio della Regione Emilia-Romagna di anni fa concludeva che le persone che più consideravano la sicurezza un problema a Ferrara erano quelle che vivevano più lontano dal quartiere Giardino (la zona più coinvolta dalla criminalità, ndr): più anziane e con un titolo di studio basso. Non si può però derubricare questi sentimenti come pura percezione ingiustificata. Piuttosto bisogna interrogarsi sulle cause. A monte vi è il problema delle periferie che si spopolano, frazioni che non hanno bar, giornalaio e i centri di aggregazione storici che un tempo passavano anche dai grandi partiti popolari. L’isolamento degli anziani, la mancanza di trasporti tra centro e periferia e la povertà delle famiglie sono problemi reali che producono sentimenti di insicurezza sociale ed economica».
La sintesi di tutto questo, per il sociologo?
«Il tema dell’insicurezza non può essere scisso da quello della coesione sociale, delle forme di aggregazione, della stessa struttura urbana. Ferrara è diventata città moderna: e gli sviluppi della modernità consumista hanno costi che non vengono mai messi in conto quando si progettano le nuove città. Spetta alla politica, per quello che può fare, preoccuparsi di chi rimane indietro, in collaborazione con altre istituzioni: l’Università, la Chiesa, le associazioni».
E cosa può fare la politica?
«Ci sono due modi per affrontare queste trasformazioni: inserire il problema della sicurezza in un orizzonte ampio, senza negare il degrado dove esiste, e nel rispetto di competenze politiche e delle forze dell’ordine. L’altro consiste nello slegare un problema dagli altri: questo approccio è scorretto analiticamente ed usato politicamente».
Qualcuno politicamente ha seguito questa seconda strada, gettando anche benzina sul fuoco, è così?
«Esatto, penso ovviamente alla propaganda leghista degli ultimi anni».
Ma non può aver pesato il fatto che Ferrara non abbia fatto mai grandi sforzi per creare vera integrazione?
«Spetta alla politica e alle istituzioni porsi il problema della “coesione sociale”. Essa riguarda tutti i residenti e serve a combattere le vecchie e nuove emarginazioni. La mia impressione è che il sindaco Soffritti ed altri, come l’avvocato Paolo Ravenna, figura importantissima per questa città, ebbero l’intuizione di definire Ferrara “città d’arte e di cultura”. Ma quel modello si è esaurito, va reinventato».
Ne occorrono altri, anche sul fronte integrazione.
«Mi pare che si sia per ora evitato l’emergere di quartieri dominati da un solo gruppo etnico. Se ciò avvenisse, sarebbe gravissimo. In molte città inglesi e americane vi sono quartieri segregati etnicamente. Questo genera sfiducia nelle autorità che poi produce insicurezza e criminalità. E poi la politica deve impegnarsi per evitare la separazione tra gruppi. Debbo dire che la Chiesa, a Ferrara, ha svolto un ruolo cruciale nel promuovere coesione e inclusione».
Il melting-pot, però, qui non pare funzionare.
«Il melting-pot culturale va di pari passo con l’assenza di segregazione urbana per gruppi etnici. Nella Ferrara di oggi ci sono molte comunità che arricchiscono tutti. Occorre costruire ponti. Credo l’amministrazione precedente fosse attenta a questo tema. E poi dobbiamo chiarire che una amministrazione comunale non può risolvere tutti i problemi: il controllo e la repressione della criminalità non spetta al sindaco: forse è stato un errore non chiarirlo subito».
Era ciò che veniva imputato alla Giunta Tagliani.
«Con gli anni ci sarà modo di fare un bilancio storico equilibrato di quel periodo, e soprattutto di comparare successi e limiti di quella stagione con quelli di questa amministrazione. La serietà, la competenza e l’onestà di Tagliani sono indubbi: credo sia stato un errore far credere che il problema della criminalità potesse essere risolto dall’amministrazione. Adesso? Adesso al governo della città c’è una classe dirigente molto diversa, che ha vinto in maniera spettacolare le elezioni. Questa amministrazione deve fare attenzione a non avere posizioni semplicistiche sul tema della criminalità».
Posizioni fatte anche di preconcetti sugli immigrati?
«La prendo alla lontana. Nel mio libro “Mafie in movimento” mi sono occupato di come le mafie si radicano. Nel capitolo sull’Italia racconto di come almeno 5 milioni di persone si sono trasferite dal Sud al Nord: una immigrazione in molte parti del Nord dove oggi la mafia non è radicata. Così come racconto l’immigrazione dalla Sicilia occidentale a New York e a Rosario, in Argentina. Nel primo caso una mafia è emersa, nel secondo no perché le condizioni locali erano diverse».
E questo cosa dimostra?
«Che l’immigrazione non produce criminalità, che certe comunità non portano con sé il “virus” della mafiosità, sono le condizioni locali in alcuni casi a permettere alle mafie di emergere e in altri no. Non dobbiamo credere che vi siano comunità con al loro interno individui sempre buoni: sarebbe una forma di paternalismo all’inverso, in ogni comunità vi sono persone che commettono crimini».
Dopo il blitz contro la mafia nigeriana, però, la comunità nigeriana denunciò che i loro figli venivano additati nelle scuole come “mafiosi, criminali”, per le generalizzazioni fatte dalla politica.
«Criminalizzare una intera comunità produce più emarginazione e separazione, è un errore gravissimo, che esacerba il problema. Se si è al governo di una città non si deve aver paura di affrontare di petto questi problemi. Ma è anche certo che la politica non può risolvere tutti i problemi».
Se la politica era in ritardo, le indagini sulle mafie nigeriane sono solo recenti se non recentissime.
«Lo avete scritto voi della Nuova in una intervista al commissario Dario Virgili della Polizia di Stato. Le indagini si sono mosse in maniera significativa solo dopo l’episodio del 2018 (l’agguato di via Morata, ndr). Non è inusuale che polizia e magistratura siano in ritardo: si pensi ai tempi tecnici delle indagini che possono durare anche anni. La politica però non può aspettare la magistratura, deve saper interpretare il presente».
Finiamo da dove siamo partiti, dal treno che prenderà tra 10 anni per tornare: che Ferrara vedrà?
«Bella domanda, ma dipenderà molto dall’amministrazione e dalla società civile forgiare la città futura. Spero che nella città futura trionferanno i valori che mi hanno fatto innamorare di Ferrara, oltre la coincidenza anagrafica di esserci nato. La Ferrara del futuro deve reinventare sé stessa e scommettere sulla sua vocazione verde, agricola, ambientale e turistica. Dovrà creare opportunità per i giovani laureati, che oggi, appena finiti gli studi, lasciano Ferrara, a differenza di quanto avviene in altre città universitarie, come Oxford, Cambridge e Brighton».
Ferrara dovrà essere anche laboratorio politico.
«Parlo per la parte politica che mi sta più a cuore: per tornare a governare Ferrara la sinistra deve aprirsi, contaminarsi invece di chiudersi in sé stessa, innovarsi. Fa impressione che l’unico vero dibattito sulla sconfitta elettorale sia stato affidato al blog di Mario Zamorani. Oggi ci sono tanti gruppi di ferraresi, giovani e meno giovani (come me) che hanno voglia di impegnarsi. E, ultimo ma non ultimo, non va affatto sottovaluto il magistero della Chiesa, l’impegno straordinario dell’Arcivescovo Perego, che ha detto e fatto cose per promuovere inclusione e sviluppo civile». –
Daniele Predieri
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