L’agricoltura etica Il vescovo Perego: al centro la persona
Responsabilità, innovazione, sostenibilità, imprenditorialità e bene comune. Sono queste le parole chiavi scelte da Gian Carlo Perego nel suo intervento per il 1° maggio, Festa diocesana dei lavoratori. L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio è intervenuto al Convegno “Agricoltura etica: il ruolo sociale e ambientale delle aziende” organizzato dalla Diocesi e dall’Ucid Ferrara. Oltre a mons. Perego, è intervenuto Stefano Calderoni, presidente Cia - Ferrara e Antonio Frascerra, presidente Ucid Ferrara, col saluto iniziale di Massimo Piva, vicepresidente Cia - Ferrara.
«Oggi viviamo una situazione a due velocità», ha riflettuto il vescovo. Mentre il comparto industriale e artigianale e commerciale rallenta, quello alimentare e di conseguenza quello agricolo, cresce, «ma con una produzione in eccesso per l’impossibilità di poter esportare».
Migliaia sono i posti di lavoro persi, mentre aumenta il lavoro precario, «il risparmio crescente non ha portato a investimenti e il sistema creditizio non è stato in grado di fare un salto di qualità. Anche nel nostro territorio ci sono due economie e due volti del lavoro: quella della città, sempre più commerciale; quella della campagna, sempre più di produzione. Questo chiede una sinergia tra i due soggetti».
Cinque i termini chiave individuati dal presule per una svolta. Il primo è responsabilità: «la responsabilità sociale dell’impresa deve fare in modo che la concorrenza deve diventare più equa e più etica e non indebolire le tutele sociali, i salari minimi, la sicurezza sul lavoro, la previdenza, l’assistenza sanitaria, il rispetto dell’ambiente. Non si può sacrificare alla produzione, alla vendita e al consumo le responsabilità nei confronti della persona, della famiglia, della comunità». Il secondo è innovazione, «cioè la capacità di rinnovarsi, a partire dalla capacità delle persone. Rinnovare il prodotto, e qui si inserisce il valore aggiunto della qualità; il processo, e qui si inserisce il discorso della filiera, l’organizzazione, che significa anche federazione, Cia, confronto e scambio, condivisione». Il terzo è sostenibilità: «un’impresa non esula dal paese e dalla città, con le sue problematiche sociali in cui è inserita e dall’ambiente. Isolarla significherebbe creare non una risorsa, ma un problema. La sostenibilità chiede una comunità, una interrelazione. La sostenibilità chiede di non guardare solo alla produzione, ma alla generazione: anche un’impresa deve contribuire alla vita». Le ultime due parole sono imprenditorialità - «per una maggiore consapevolezza di custodire più che un prodotto un bene del creato» - e bene comune: «anche il mondo delle cooperative e delle imprese agricole non devono perdere di vista la collettività». «E il bene comune chiede che al centro sia la persona e la sua dignità». —
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