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Venerdì l’addio a Laura: lo sfogo della figlia «Troppi errori negli ospedali con mamma»

D.B.
Venerdì l’addio a Laura: lo sfogo della figlia «Troppi errori negli ospedali con mamma»

Ostellato in lutto per la 67enne deceduta dopo aver contratto un batterio. «Chi è ricoverato deve vedere i familiari» 

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IL CASO

Laura Bui era una persona molto amata e stimata a Ostellato. Lo dimostrano le decine di messaggi arrivati in questi giorni al marito e alle figlie. Venerdì pomeriggio le è stato dato l’ultimo saluto nella chiesa parrocchiale di Ostellato, alla presenza dei tanti familiari e di quanti l’avevano conosciuto e apprezzata nei suoi 67 anni di vita.

La donna, che soffriva di alcune patologie, è morta martedì scorso all’ospedale di Cona, lasciando il marito Primo, le figlie Elisa e Paola, le amate nipotine Denise e Marysol, i generi, fratelli e sorelle e, come detto, un’intera comunità che l’ha sempre amata. «Perché mamma era una buona persona - dice la figlia Elisa -, come ultimo gesto terreno ha donato le cornee, così come negli anni aveva sempre dato tutta se stessa per la famiglia e per chi aveva bisogno di una mano. La sua è stata una vita sfortunata, caratterizzata in giovane età dalla perdita di una sorellina investita da un camion, una notizia che a Ostellato ricordano ancora in molti».

DOLORE E RABBIA

Come detto, la 67enne soffriva di alcune patologie, ma è ancora tanta la rabbia nei familiari per una perdita che, forse, si poteva evitare. Rabbia che la figlia Elisa ha manifestato prima sui social, poi scrivendo alla Nuova Ferrara per raccontare una serie di situazioni negative «che andavano evitate e si dovranno evitare in futuro, perché non c’è solo il Covid».

Il racconto di Elisa comincia dallo scorso Natale, quando ai problemi che già aveva, «ma era stabile» precisa la figlia, si sono aggiunti quelli per un intervento all’anca. «Mentre era ricoverata all’ospedale di Argenta - spiega -, ha contratto un virus molto aggressivo attraverso un batterio e da lì è iniziato un vero e proprio calvario».

La donna in pratica per mesi ha fatto fuori e dentro dall’ospedale: «La portavamo al pronto soccorso, stava un paio di giorni in osservazione, poi veniva rimandata a casa ma poi stava di nuovo male, tanto che per avere una risonanza ci siamo dovuti muovere privatamente».

A un certo punto ecco il ricovero a Cona, da cui non è più tornata: «È successo di tutto. A parte che abbiamo dovuto portare noi la Tachipirina, ma le hanno anche perso la borsa con il cambio dei vestiti e per venti giorni praticamente non abbiamo avuto notizie dai medici. Lei telefonava tutti i giorni, diceva che voleva vederci e non potevamo, anche se sapevamo di altre persone che con le dovute precauzioni entravano in reparto; per noi era straziante. Mia madre stava sempre peggio, ma eravamo sempre noi che dovevamo telefonare ai medici per chiedere informazioni, finché un giorno mamma non ci ha più risposto».

L’ULTIMA BEFFA

Quando a Elisa è stata data la possibilità di vedere la mamma, la donna era ormai morente: «È stato previsto il tampone per farmi entrare, solo che hanno fatto il molecolare. Dopo sette ore di attesa mi hanno detto che era stato sbagliato il nome, così sono dovuta tornare a casa. Quando mi hanno chiamata per dire che avevano trovato l’esito ed era negativo, ho fatto giusto in tempo a tornare per tenere la mano a mia mamma mentre stava morendo; ma ormai non era più lei».

La rabbia è tanta ma non c’è volontà di presentare denuncia: «Mamma ha anche subìto un intervento, del quale a noi familiari non è stata data spiegazione. Ma la mia vuole solo essere una testimonianza per dire che le modalità, dopo oltre un anno di Covid, vanno cambiate. Per i malati coscienti deve esserci il modo di poter vedere i propri familiari, è necessario per dar loro forza contro la malattia. Capiamo i problemi del Covid e sappiamo che il personale sanitario in questi mesi ha lavorato sodo, ma in generale si è notato disorganizzazione e superficialità». —

D.B.

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