La testa sbattuta sul pavimento Al marito quattro anni di pena
La sentenza ieri per maltrattamenti. Episodi di violenza, minacce e persecuzioni Cellulare “ispezionato”, incontri vietati con gli amici. Il legale: l’accusa non regge
Le botte e le minacce, i lividi, le molestie, le persecuzioni reiterate. Un cocktail dell’incubo servito da marito a moglie in una casa di Ferrara, seguito poi dalla negazione davanti al giudice di ogni responsabilità.
L’ennesima storia triste e dolorosa che si aggiunge ad altri racconti, spesso rimasti nascosti per anni tra le mura domestiche ma oggi al centro di un maggior numero di denunce, inchieste e processi grazie alla tutela offerta da leggi come il “codice rosso”.
Ieri è arrivata la condanna a quattro anni nel processo celebrato a carico di un muratore di origine ucraina, da alcuni anni residente in città assieme alla consorte, stessa nazionalità, per maltrattamenti, reato che riunisce le lesioni e gli atti commessi con l’intento di provocare sofferenza, anche psicologica, nelle persone conviventi. Verdetto pronunciato dal giudice Andrea Migliorelli che ha accolto, addirittura aumentando la pena inflitta, la richiesta di condanna pronunciata dal pm onorario, Stefania Borro.
I fatti contestati
Il processo ha proposto uno scenario di violenza intrafamiliare (la coppia ha una bambina che avrebbe anche presenziato a episodi riferiti nel processo) che parte dal 2018 e prosegue fino al 2020. A elencare gli episodi che hanno motivato l’intervento degli inquirenti e della magistratura fino al processo sono stati la moglie dell’imputato e la madre di lei. Secondo la parte lesa l’uomo era mosso soprattutto dalla gelosia: “ispezionava” il cellulare della moglie, le cancellava le amicizie sui social, le impediva di frequentare amici e conoscenti, ostacolava i suoi incontri con la madre, la picchiava procurandole lividi documentati da foto, la costringeva a rapporti sessuali (questa accusa ha attivato un altro procedimento penale e non era compresa tra gli addebiti sollevati in questo processo). Due, in particolare, i casi di violenza fisica trattati in dibattimento: nel dicembre 2019 un ematoma all’occhio sinistro provocato da una condotta manesca e, il 6 giugno 2020, la testa sbattuta sul pavimento con lesioni guaribili in 7 giorni oltre alla distruzione dell’attrezzatura della donna (che svolgeva attività di badante e di estetista). Agli sviluppi di questo fatto hanno assistito anche i vicini.
L’imputato ha negato tutto: la moglie beveva, ha dichiarato, e si sarebbe procurata i lividi cadendo e sbattendo la testa contro una mensola. L’avvocato Patrizio Zagatti, a sentenza pronunciata, ha già prospettato ricorso in appello affermando che «non esistono i presupposti per una condanna, tantomeno così pesante».
Non è stato semplice fare emergere i fatti nel processo, a causa dei limiti nella conoscenza della lingua italiana mostrati dalla parte lesa e delle difficoltà legate alla traduzione simultanea. Ma alcune ricostruzioni, e il quadro generale presentato in aula, hanno convinto il giudice a infliggere una pena che, se confermata nei successivi gradi di giudizio, potrebbe sbarrare la strada all’imputato verso la concessione della messa alla prova. —
Gi.Ca.
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